Mese: febbraio 2013

Gli anziani alla guida : sono davvero pericolosi ?

A causa dell’invecchiamento della popolazione la percentuale di anziani alla guida è destinata a crescere.

Non esistono norme speciali di circolazione stradale per i conducenti anziani, ma a causa delle loro ridotte capacità fisiche, essi devono essere particolarmente accorti quando sono alla guida.

Questi ultimi sono più pericolosi per se stessi che per gli altri. Il tasso di incidenti mortali che coinvolgono conducenti di età superiore a 75 anni è cinque volte superiore alla media per i conducenti in generale e il loro tasso di lesioni è doppio. Sono circa 3 milioni gli over 70 con la patente in Italia. Molti di questi , circa la metà , sono ancora in grado di guidare. Molti altri, circa uno su due, ha riflessi poco pronti, e circa uno su quattro ha qualche deficit di attenzione che pregiudica una guida sicura. A dirlo una ricerca presentata durante il Congresso Nazionale della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG), svolto a Milano lo scorso mese di Novembre 2012. Come migliorare la loro sicurezza e ridurre il numero di vittime al volante tra gli anziani, che sono circa un migliaio ogni anno? Secondo gli esperti SIGG sarebbe opportuno scegliere criteri più rigorosi di quelli attuali per scegliere chi può rinnovare la patente. Secondo il Codice della Strada, la patente di guida va rinnovata ogni 10 anni fino ai 50 anni e, a partire dai 70 anni, ogni 5 anni, dopo gli 80 anni la valutazione va fatta ogni 2 anni. Continua a leggere “Gli anziani alla guida : sono davvero pericolosi ?”

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la religione e la famiglia

La religione è un punto focale per la vita di una persona anziana in  quanto rappresenta un ancoraggio spirituale per contrastare la depressione,  la stagnazione emotiva e la disperazione che  determinate condizioni e difficoltà possono  determinare.   “Mens sana in corpore sano” potrebbe essere  il motto per gli anziani che si prendono cura  non solo del loro corpo ma anche, e forse maggiormente, del proprio spirito;  infatti come afferma il neuropsichiatria Bigi “dalla religiosità si può trarre  un valido aiuto nel mantenere integro il senso della propria identità. La  religione come senso di appartenenza a un’entità’ spirituale può aiutare a  tollerare gli sbagli  o le rinunce della vita, l’attuale inutilità o solitudine, e  può mantenere la speranza”.

Questo argomento è stato oggetto di una relazione nel corso di un Congresso Nazionale della Società di Geriatria e Gerontologia SIGG dove sono stati ricordati due studi internazionali che documentano il positivo apporto della pratica religiosa nella salute degli anziani.  Il primo, pubblicato sull’International Journal of Geriatric Psychiatry, descrive come, su un campione di 114 soggetti,  la religiosità influisca positivamente sugli esiti della depressione negli anziani . Il secondo, effettuato in Giappone analizza come la pratica religiosa può mitigare l’effetto della morte di una persona cara. Attraverso il monitoraggio dell’ipertensione arteriosa di 1723 soggetti colpiti da un lutto familiare, si è dimostrato come una dimensione religiosa può essere di sostegno alla salute degli anziani in caso di avversità. Sono stati anche analizzati i rapporti familiari negli anziani; il ruolo dei rapporti fraterni può essere molto importante, infatti i fratelli anziani possono svolgere un reciproco supporto psicologico di rilievo a causa del simile background culturale, emotivo e di ricordi. Mantenere continuativi rapporti con fratelli e sorelle in tarda età può contribuire ad avere una vita emotiva più ricca e soddisfacente, per il maggior senso di continuità e di sicurezza. Può rappresentare il ritrovamento di una parte di sé e dei propri ricordi, ma anche quel senso di intimità affettiva o di segreta complicità che avevano caratterizzato il legame fraterno nell’infanzia, arricchendo la qualità della vita emotiva della persona anziana.

In altre parole dopo una certa età sono utili una palestra per il corpo e una  per lo spirito.    M.S A&V

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La terapia della Bambola ” Doll Therapy “

La Doll Therapy, la bambola terapeutica nasce in Svezia alla fine degli  anni 90’. La sua ideatrice, Britt Marie Egedius Jakobsson, psicoterapeuta, la pensa e la realizza per il suo bambino autistico.
Da allora e sempre più, in Europa, le bambole Joyk create per stimolare l’empatia e le emozioni dei bambini e degli adulti, diventa in ambiti di cura e terapia, oggetto simbolico nella relazione di aiuto.

Una bambola può trasformarsi da semplice giocattolo a strumento terapeutico: si tratta di bellissime bambole, create appositamente per stimolare  e favorire l’espressione delle emozioni di adulti e bambini. Il loro sguardo, il peso, la pelle morbida, i capelli a volte sbarazzini sono tutte caratteristiche che permettono di creare l’empatia. Le empathy dolls hanno caratteristiche particolari che le differenziano dai giocattoli comuni: sono speciali nel peso, nelle dimensioni, nei tratti somatici e persino nella posizione di braccia e gambe. La terapia consiste nel ricorso all’uso della bambola, che riveste gradualmente un significato simbolico in grado di aiutare a migliorare il benessere delle persone con problematiche che compaiono generalmente in età avanzata, quali le demenze, come l’Alzheimer ed alcune patologie psichiatriche gravi caratterizzate da disturbi del comportamento. La Doll Therapy è un trattamento di carattere non farmacologico che prevede la possibilità per l’ammalato, attraverso la bambola, di esternare le proprie emozioni e ricevere stimoli per la relazione interpersonale. Infatti, nel rapporto con le bambole, la persona può ripetere le proprie esperienze infantili, recuperare la funzione di accudimento vissute nel ruolo madre/padre, e quindi far affiorare i propri conflitti, oggettivare la propria aggressività e trovare un oggetto contenitore per le angosce attuali. Rivivendo tali esperienze la persona affetta da demenza  viene incoraggiata a comunicare con gli altri, a stimolare la memoria, ad allentare lo stress e a gestire i disturbi comportamentali. Continua a leggere “La terapia della Bambola ” Doll Therapy “”

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Effetti della ” Musicoterapia “

La World Federation off Music Therapy ha dato nel 1996 alla musicoterapia la seguente definizione:

La musicoterapia è l’uso della musica e/o degli elementi musicali (suono, ritmo, melodia e armonia) da parte di un musico terapeuta qualificato, con un utente o un  gruppo, in un processo atto a facilitare e favorire la comunicazione, la relazione,  l’apprendimento, la motricità, l’espressione, l’organizzazione e altri rilevanti  obiettivi terapeutici al fine di soddisfare le necessità fisiche, emozionali, mentali,  sociali e cognitive.   La musicoterapia mira a sviluppare le funzioni potenziali e/o residue dell’individuo in modo tale che questi possa meglio realizzare l’integrazione intra e interpersonale e consequenzialmente possa migliorare la qualità della vita  grazie a un processo preventivo, riabilitativo o terapeutico.” 

 Rolando Omar Benenzon, autore e docente argentino di musicoterapia, così la definisce:

“La musicoterapia è una psicoterapia non verbale, che utilizza le espressioni corporo sonoro non verbali per lo sviluppo di una relazione fra il musico terapeuta e coloro che necessitano di un appoggio per l’integrazione nella società e per migliorare la qualità della vita. Ha come altro obiettivo produrre scambi sociali, culturali ed educativi nell’ecosistema e contribuire alla prevenzione primaria della salute comunitaria”

 Fin dall’antichità risulta fondamentale la presenza del suono e della musica, è un elemento inscindibile dall’essere vivente. Il più piccolo rumore, quel suono impercettibile o quella parola sussurrata creano la melodia dell’individuo: la sua storia. L’idea che la musica sia completamente inserita nella vita sociale, parte integrante dei riti religiosi, della vita comunitaria e del lavoro, e che sia piena di valenze emozionali, rende possibile la constatazione che la produzione e l’ascolto possano influire a vari livelli sul comportamento degli esseri  umani. Continua a leggere “Effetti della ” Musicoterapia “”

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La depressione nella terza età

La depressione è una patologia dell’umore, tecnicamente un disturbo dell’umore caratterizzata da un insieme di sintomi cognitivi, comportamentali, somatici ed affettivi che, nel  loro insieme, sono in grado di diminuire in maniera da lieve a grave il tono dell’umore, compromettendo il “funzionamento” di una persona, nonché le sue abilità ad adattarsi alla vita sociale. La depressione non è quindi, come spesso ritenuto, un semplice abbassamento dell’umore, ma un insieme di sintomi più o meno complessi che alterano anche in maniera consistente il modo in cui una persona ragiona, pensa e raffigura se stessa, gli altri e il mondo esterno. Continua a leggere “La depressione nella terza età”

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