Mese: marzo 2013

Passeggiare come benessere.

Il 37 percento della popolazione di età superiore a 75 anni vive sola. L’indipendenza degli anziani trova spesso un ostacolo nel deterioramento delle loro capacità di coordinazione ed equilibrio, e nel rallentamento progressivo dei movimenti. Addirittura il 41 percento degli anziani evita deliberatamente di muoversi per paura di cadere. L’isolamento e la solitudine che ne derivano possono indurre a gravi forme di depressione ed in ultima analisi persino al suicidio.

Una bella  passeggiata all’aria aperta, compatibilmente con le condizioni climatiche,  stimola l’attenzione dell’anziano verso l’esterno, lo porta a contatti sociali (le persone che può incontrare) e lo distrae dai suoi acciacchi e dalla sua solitudine. Il passeggiare lo porta ad un coinvolgimento corporeo e psichico con le sue percezioni, attraverso i suoi piedi a contatto con la terra, i suoi movimenti, con le sue immagini, quello che vede intorno a se e che resta nella sua memoria, con i suoni e le voci che raccoglie e che il cervello può elaborare. Uscire, inoltre, ci costringe a metterci “in ordine”, vestirsi e truccarsi onde poter dare un immagine del sè che sia appropriata. Altrettanto importante sono l’allenamento e l’esercizio mentale, lo sviluppo della attenzione verso l’esterno, che può estrinsecarsi anche solo nel leggere le notizie di un quotidiano o i cartelloni pubblicitari, lo coinvolge di nuovo nella vita . L’interesse con quello che facciamo, il sentirsi utili e necessari ed avere i giusti stimoli è la migliore medicina e nei limiti del possibile e del fattibile, è necessario mantenere il contatto con quello che si faceva in precedenza .Un anziano che si sente inutile, messo in disparte, abulico, subirà un invecchiamento precoce con disturbi cognitivi psichici importanti mentre, per continuare a sentirsi giovani e in forma è necessario sentirsi amati ed apprezzati.  M.S. A&V

Quando passeggio nei tuoi silenzi e passo a passo inseguo suoni che non odo sguardi che non mi scrutano dita che non mi percorrono, arranco fino alla cima dei miei pensieri per trovare una eco della tua voce o l’orma di una vecchia carezza. Quando passeggio nei tuoi silenzi tu sei l’inizio e la fine della mia solitudine.

Ferdinando Giordano

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Il contatto consapevole

Il nostro corpo è un’entità vivente che si muove e respira, inglobando tutte le nostre esperienze di vita, a tutti i livelli: fisico, mentale, emozionale e spirituale. Le esperienze positive, amorevoli, gioiose e di successo espandono il nostro corpo e liberano energie valorizzanti. Traumi fisici ed emotivi, giudizi e limitazioni (sia imposti che autoimposti), lo stress e le emozioni represse, comprimono i tessuti, la muscolatura, visceri ed organi, limitando il nostro benessere. Le tensioni somatiche (cause dei blocchi energetici) producono stati d’ansia, irritabilità, malfunzionamento delle zone corporee, posture viziate, astenia, disturbo del sonno e della digestione, paure, aggressività, sfiducia, depressioni, riduzione delle proprie capacità psico-fisiche, calo dell’autostima e dello stato vitale. Esistono molteplici attività umane, condizioni, ambienti, risorse e strumenti di varia natura che permettono  all’uomo di superare problemi di salute e di condurre una vita migliore. Tra queste opportunità si trova il “ con-tatto tra gli esseri umani”.

Il Contatto rappresenta la più antica e radicale forma di incontro tra le persone. Le distanze cinesiche avvicinano o allontanano. Il contatto tattile svolto nelle pratiche terapeutiche, se esercitato con la consapevolezza dell’aiuto, si configura come atto dello “stare accanto” e di una vicinanza fatta di ascolto.Molti autori e ricercatori che si sono occupati degli effetti terapeutici del “ Contatto Consapevole”, nelle pratiche assistenziali in ambito sanitario, sono concordi nell’affermare la necessità di una maggiore attenzione applicativa quando si “tocca” il corpo di una persona con problemi di salute. Continua a leggere “Il contatto consapevole”

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Mio fratello affetto da Alzheimer si agita quando guarda la televisione. Esiste qualche correlazione?

Domanda
Buon giorno, sono Giovanni. Ho notato che, a volte, mio fratello affetto da Alzheimer si agita quando guarda la televisione. Esiste qualche correlazione? Grazie per la risposta che vorrete darmi.

Risposta
Buon giorno a lei Sig. Giovanni. In effetti la letteratura scientifica di riferimento ci fornisce alcune valide indicazioni circa la possibilità che la tv possa scatenare dei disturbi comportamentali. Il paziente non è in grado di capire che è una situazione di finzione e può identificare i personaggi che appaiono nello schermo come degli intrusi reali che stanno invadendo la sua casa e la sua intimità scatenando così comportamenti a volte anche violenti e crisi di agitazione. Lo stesso discorso vale per gli specchi attraverso i quali il soggetto, non riconoscendosi più, potrebbe intravedere degli intrusi e reagire di conseguenza. Grazie del suo interesse per il nostro sito.

La Redazione di Anziani & Vita

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Come posso applicare il metodo Gentle Care nella vita di tutti i giorni a mio papà?

Domanda

Sono Adriana e mi ritrovo ad assistere a casa un parente affetto da demenza. Complimenti per il vostro sito.  Ho letto con interesse l’articolo sul metodo del gentle care. Come posso applicarlo a casa durante la vita di tutti i giorni per migliorare la vita di mio papà?

Risposta
Cara Adriana, innanzitutto grazie dei complimenti. L’obiettivo del sito vuol proprio essere quello di fornire un supporto e dei consigli a chi, come lei, si ritrova tutti i giorni ad affrontare delle sfide a volte molto difficili. In effetti, il metodo del Gentle Care, laddove è stato applicato, ha prodotto notevoli risultati in termini di riduzione dello stress, dell’ansia e dei comportamenti inopportuni. La casa rappresenta sicuramente il luogo privilegiato dove porre molta attenzione ai particolari familiari. Anche i gesti, il tono della voce, lo sguardo rappresentano dei validi alleati. Non rimproverare, dare una carezza, usare un tono di voce dolce ed un atteggiamento rassicurante, sono tutti elementi del Gentle Care che sapranno aiutarla nei momenti di difficoltà.

La Redazione di Anziani & Vita

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La malattia di Parkinson : L’assistenza…..( seconda parte )

L’assistenza è fatta da chi, come voi, riesce, grazie ai vostri sforzi e alla vostra tenacia, a fornire le cure necessarie ad un familiare o ad un amico malato, disabile o debole attraverso attività quotidiane di cura della casa, igiene personale e assistenza medica. Assistere un paziente affetto da questa malattia, diventa assai complesso, anche in virtù della complessità dei sintomi e della malattia stessa. Osservando pazienti con il Morbo di Parkinson possiamo renderci conto dei notevoli bisogni assistenziali legati alla mancanza d’indipendenza nella vita quotidiana, alla impossibilità a svolgere le cure quotidiane (lavarsi,vestirsi), alla incapacità di portare avanti attività sociali e hobby. Per questo è importante stimolarli e sostenerli sia da un punto di vista fisico, sia psicologico. L’assistenza va modulata in base ai bisogni che derivano da ogni singola fase della malattia.

Nella prima fase (quella dell’esordio) vi è il momento in cui la malattia viene diagnosticata; la famiglia e il paziente incominciano a prendere confidenza con il dolore e a chiedersi il significato che ha questa malattia. Obiettivo primario, in questa fase, è salvaguardare l’autonomia del paziente che tende a deprimersi, ad isolarsi e a perdere di autostima: incitarlo a programmarsi la giornata, indurlo a partecipare al suo processo riabilitativo e a mantenere i contatti con i curanti (fisioterapista, medico, logopedista) e l’ambiente circostante, fornire informazioni sulla malattia, sui farmaci e sugli effetti degli stessi; valutare le capacità di svolgere le attività quotidiane e verificare l’esecuzione degli esercizi motori.

Nella seconda fase (quella della cronicità) le limitazioni funzionali tendono ad aggravarsi e a compromettere la mobilità corporea e l’individuo manifesta già un quadro clinico tipicamente parkinsoniano (mimica facciale ridotta, parola lenta e monotona, scrittura alterata, parestesie e dolori, disturbi neurovegetativi quali la stipsi, ipotensione, seborrea, scialorrea). Obiettivo dell’assistenza: ritardare l’invalidità del paziente aiutandolo a stabilire mete raggiungibili instaurando un rapporto psicoterapeutico volto a rafforzare la funzione dell’ego e la restituzione di un senso di fiducia nelle sue capacità. Somministrazione scrupolosa della terapia negli orari e nelle dosi prescritte, incoraggiare l’assunzione di cibi graditi, ricchi di scorie e liquidi per evitare la stipsi. La deglutizione, a causa della rigidità potrebbe essere compromessa, quindi attenzione affinché il cibo non vada nel torrente bronchiale . Si rende necessario l’uso di ausili per mantenere l’autonomia nell’alimentazione. Ridurre la facies amimica, la rigidità di capo, tronco e degli arti superiori e inferiori con degli esercizi fisici. Incoraggiare la deambulazione e il movimento. Attenzione alla perdita di peso che può essere presente. Incitare e favorire le cure igieniche. L’ipersalivazione, e la conseguente perdita della stessa,  è un sintomo molto fastidioso specie per il soggetto che ne è affetto. Importante consultare il medico per impostare idonea terapia atta a ridurre il disturbo.

La terza fase è la più complessa dal punto di vista assistenziale: è la fase dell’immobilizzazione. La terapia inizia a perdere di efficacia, il paziente è quasi completamente inabile e non più autosufficiente, la morte avviene per malattie intercorrenti. In questa fase possono essere presenti: ipotrofia muscolare, osteoporosi, diminuzione del liquido sinoviale, caduta della gittata cardiaca, riduzione del volume circolante con rallentamento del circolo venoso, riduzione della ventilazione, broncopolmoniti, rallentamento psichico e neuromotorio, lesioni da pressione. Continua a leggere “La malattia di Parkinson : L’assistenza…..( seconda parte )”

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