Mese: giugno 2013

Arriva il caldo! Alcuni consigli su come "sopravvivere"! ( seconda parte )

Durante il periodo estivo si possono adottare varie precauzioni per affrontare nel miglior modo possibile eventuali ondate di calore. Questi accorgimenti riguardano l’ambiente in cui si vive, le abitudini di vita e la cura della persona.
In presenza di temperature elevate, lo stato di benessere delle persone è legato alla temperatura e all’umidità dell’ambiente circostante. In generale, si può affermare che il clima è ben tollerato fino a una temperatura ambientale pari a 26°C, e un tasso di umidità pari all’80%. Per misurare la temperatura delle varie stanze dell’abitazione si possono installare nelle camere termometri e misuratori di umidità (igrometri).
Se nell’abitazione è presente un climatizzatore si consiglia di regolare la temperatura a valori compresi tra 24 e 26°C. Il ventilatore non deve essere acceso quando le temperature sono costantemente superiori a 32°C, poiché può favorire una pericolosa perdita di liquidi attraverso la sudorazione. La casa deve essere areata durante le ore notturne, mentre durante il giorno bisogna evitare l’ingresso dei raggi solari chiudendo le imposte esterne e le tende.
Il movimento è sempre raccomandabile. Anche quando la persona non può uscire di casa in modo autonomo, frequentare altre persone e visitare luoghi ricchi di verde, è comunque una buona abitudine.
Per una persona a rischio, è tuttavia opportuno evitare di uscire nelle ore più calde della giornata (solitamente dalle 11 alle 18). Anche l’abbigliamento è importante, si devono indossare abiti leggeri di cotone o lino. Sono inoltre da preferire i colori chiari, perché attirano meno i raggi solari.
Quali interventi in caso di ondata di calore?
In caso di caldo insopportabile, tutte le raccomandazioni sin qui riportate diventano obblighi assoluti da seguire.
Inoltre è necessario:
• aumentare il controllo della temperatura degli ambienti in cui soggiorna la persona assistita
• assicurarsi che la persona consumi una quantità di liquidi opportuna (non meno di 2 litri di acqua al giorno a meno di indicazioni diverse del medico di famiglia), e fare in modo che beva acqua o spremute di frutta anche nel caso non li richieda esplicitamente
• sospendere qualsiasi tipo di attività fisica nelle ore più calde della giornata (dalle 11 alle 18)
• fare spugnature o spruzzare con acqua fresca la persona, in modo da mantenere un’adeguata temperatura corporea
• misurare regolarmente la temperatura corporea all’anziano, perché se aumenta è necessario interpellare il medico
• stare attenti alla comparsa di sintomi come confusione mentale e agitazione, che possono indicare sofferenza dovuta alle elevate temperature
• quando possibile, portare la persona in luoghi climatizzati, per almeno 4 ore al giorno e comunque farla soggiornare nei luoghi meno caldi della casa.
Alcuni consigli sull’alimentazione:
• Fare pasti leggeri e frequenti, mangiare variato e masticare gli alimenti con cura per migliorare la digestione.
• Consumare almeno tre pasti nella giornata, quindi non saltare mai la prima colazione.
• Una dieta ricca di calcio (latte preferibilmente scremato e porzioni piccole di formaggio non più di due volte per settimana) e l’esercizio fisico aiutano il nostro scheletro a mantenersi in forma.
• Prendere per cena solo una tazza di latte o una minestrina non basta, perché non assicurano un adeguato apporto di energia e nutrienti.
• Mangiare tutti i giorni cereali (pane, pasta, riso, cracker, polenta), in porzioni ragionevoli; contenere la quantità di zucchero da tavola (due cucchiaini al dì) e limitare le bevande zuccherine, fredde e gassate a 2-3 volte per settimana.
• Mangiare tutti i giorni almeno tre porzioni di verdura (fresca o surgelata, cruda o cotta) anche sotto forma di minestroni, ed almeno un frutto di stagione maturo.
• Inserire due volte per settimana il pesce come secondo piatto.
• Inserire almeno due volte per settimana piatti a base di soli legumi (ad esempio insalata di fagioli o lenticchie in umido).
• Scegliete frutta ben matura e, solo se vi sono problemi di denti, facile da schiacciare come banane, pesche, pere, fragole oppure preparare frullati con la frutta più dura o spremute con gli agrumi.
• Ogni tanto va bene anche la frutta cotta.
• La frutta secca tradizionale come: noci (3-6), o mandorle (5-10), o nocciole (15), o pistacchi, si può consumare un paio di volte a settimana; insieme al pane costituisce una buona merenda o colazione.
• Cucinare le uova in modo semplice, sode o alla coque, strapazzate con salsa di pomodoro e ogni tanto in frittata con verdure.
• Cucinare senza eccedere con i grassi da condimento o le salse e salare le pietanze con moderazione.
• Come grasso da condimento privilegiare l’olio extra vergine di oliva.
• Bere acqua frequentemente, nel corso della giornata, anche se non si avverte lo stimolo della sete; limitarsi alle bevande alcoliche a bassa gradazione (vino e birra), in quantità moderata (max 3 bicchieri al giorno per gli uomini e 2 per le donne) e durante i pasti. Chi non beve alcolici non
cominci a farlo ora.
• Consumare dolci con parsimonia e non fare integrazioni di vitamine e sali minerali “fai da te”, ma solo se il medico lo giudica necessario e alle dosi consigliate.
Quando incombono caldo e afa, un importante alleato per combatterli deve essere l’alimentazione. Dobbiamo bere di più, mangiare di meno e più spesso, preferire frutta e verdura. Con il gran caldo il corpo si difende sudando e in questo modo perde liquidi e minerali. Per reintegrare i sali minerali, che si perdono in abbondanza attraverso la sudorazione, e per evitare disidratazione è necessario mangiare molta frutta e verdura, magari sotto forma di centrifugati e frullati. Pasti abbondanti o pesanti non sono in ogni caso consigliati. Per compensare la perdita di sodio è opportuno mangiare carne o pesce e formaggio. Con le affaticare l’apparato digerente e prevenire le congestioni, non rare in questo periodo. Così il pesce è meglio della carne, il formaggio fresco è da preferire a quello stagionato. Anche gli amanti della pasta devono tenersi a freno: solo una volta al giorno e in modica quantità. Gli anziani, per un problema di ormoni che di frutta, frullati. Vanno bene anche i sorbetti e i gelati alla frutta. Non quelli alla crema: dopo una sensazione iniziale di fresco, come tutti i dolci pesanti e ricchi di burro, provocano più sete. Ottimo il consiglio dei dieci bicchieri al giorno di acqua, “dose” ideale secondo le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Bene anche il the, soprattutto se tiepido e deteinato, oppure le tisane e gli infusi; da evitare, invece, bevande gasate e anche troppo caffè: sono diuretici e causano una perdita di liquidi invece di rimpiazzarli. È sconsigliato l’alcol, che è un vasodilatatore e aumenta la frequenza cardiaca con tutti i rischi che ne derivano. In ogni caso, le bevande non devono mai essere ghiacciate, perché il rischio di congestione è dietro l’angolo. Se si osservano i consigli suggeriti, il nostro corpo non dovrebbe uscire troppo provato dal gran caldo e dalla fastidiosissima umidità.
Buona estate a tutti!!!  N.N. A&V

Amo l’estate, sentire sulla pelle i raggi del sole e respirare lunghe giornate.
Amo l’estate per la sua luce, il suo colore, e il profumo di emozioni pronte per essere vissute.
Stephen Littleword, 

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L’ Oncologia nel Malato Anziano

La storia ci insegna come la chirurgia sia stata l’unico trattamento in grado di curare i tumori solidi; tuttavia, negli ultimi 50 anni, la miglior conoscenza della biologia dei tumori ha determinato un approccio multidisciplinare: ogni componente del team oncologico, interagendo con ciascun altro, gioca un ruolo importantissimo nel migliorare i risultati a distanza, la tollerabilità del trattamento e la qualità della vita.
Nonostante questi sostanziali progressi, la chirurgia rimane il trattamento più diffuso ed efficace nella lotta ai tumori.
“Non c’e’ cura senza la chirurgia” recita il detto, tuttavia non c’e’ chirurgia senza le cure infermieristiche, specialmente nel paziente anziano. C’e’ chi ritiene che la Geriatria Oncologica non abbia motivo di esistere, e che non ci sia bisogno di unità operative dedicate al trattamento del malato anziano, visto che tutti i reparti medico-chirurgici si prendono abitualmente cura si questi pazienti. Ma si sbagliano.
L’epidemiologia parla da sola: 2/3 dei tumori colpiscono pazienti in età geriatrica. I tumori della mammella, ad esempio, possono purtroppo colpire anche pazienti in giovane età, ma la loro prevalenza aumenta con l’aumentare dell’età.
Inoltre, con il ben noto invecchiamento della popolazione umana, non solo nei paesi con un’economia avanzata ma anche nei paesi in via di sviluppo economico, ci stiamo rapidamente avvicinando ad una esplosione del tutto prevedibile; un’emergenza medica che non ci vede sufficientemente preparati.
Il punto cruciale sta nell’accettare la diversità dell’anziano: uno su due individui anziani ha difficoltà ad alimentarsi, soffre di incontinenza, di un deficit cognitivo e manca di mobilità. Uno su quattro soffre di depressione, se non presenta segni di delirio o di aggressività. E’ assolutamente importante che medici ed infermieri apprezzino pienamente queste differenze sostanziali come pure l’impatto che hanno sul trattamento per loro pianificato. Gli obiettivi terapeutici devono essere rivisti e conformati al malato anziano, la dove la capacità di tollerare il trattamento è assai diversa da quella dei pazienti più giovani. Anche il supporto sociale e famigliare deve essere preso in considerazione quando si prepara un piano di cura, si richiede un esame radiologico o si organizzano visite di controllo per l’anziano.
La diversità dell’anziano, dunque, è sia funzionale sia intellettuale. Entrambe queste funzioni vanno prese in considerazione. Se cosi non è si finisce per aumentare i rischi che sono associati ai trattamenti medico-chirurgici; oppure il malato non partecipa attivamente al piano di cura e non si presenta ai trattamenti, a conferma di quanto inopportuno fosse il piano di cura proposto.
Per facilitare questo compito, numerosi test sono stati sviluppati e impiegati con lo scopo di misurare le riserve funzionali ed intellettuali di ciascun individuo anziano (frailty). L’invecchiamento comporta un decadimento dei sistemi fisiologici e questo può portare ad una maggiore vulnerabilità ed una eccessiva difficoltà a recuperare il danno subito. La “frailty” è quindi uno stato di maggiore vulnerabilità, un’incapacità a recuperare dopo un trauma (anche minimo); questo ricade in una predisposizione a sviluppare complicazioni, cadute, infezioni, delirio e disabilità.

La ‘frailty’ non si distribuisce uniformemente, e questo suggerisce come essa:

a) non sia inevitabilmente associata all’invecchiamento;
b) possa (e debba) essere identificata e trattata attivamente.

Purtroppo, nonostante molti anni di ricerca, non esiste uno strumento unico ed universalmente riconosciuto, in grado di identificare tutti i malati non idonei al trattamento. Questa mancanza ha frustrato le aspettative degli oncologi che vedono l’onco-geriatria come una scienza approssimativa. Lo strumento perfetto, in realtà esiste: molti anni di collaborazione con i geriatri ci hanno insegnato ad utilizzare la valutazione geriatrica multidimensionale. Si tratta di una serie di test molto accurati e ben validati che richiedono però parecchio tempo per essere completati; questo li rende difficilmente impiegabili nella pratica di tutti I giorni.
Bisogna anche considerare che solamente una piccola parte dei malati oncologici anziani trae un reale vantaggio da questa accurata valutazione; infatti non sono più del 20% coloro che richiedono un intervento attivo di pre-abilitazione prima del trattamento medico/chirurgico. E’ per questo motivo che sono stati sviluppati e perfezionati test più semplici in grado di offrire uno screening della “frailty”. Questo permette di identificare e separare gli individui più vulnerabili che necessitano di una preparazione adeguata, dagli altri che, non presentando segni di “frailty”, e che non richiedono quindi preparazione al trattamento. Strumenti come il GFI, VES-13 e il fTRST possono facilmente essere utilizzati nella pratica clinica.
Indipendentemente dagli strumenti impiegati, un’accurata valutazione della “frailty” è essenziale per predire I risultati del trattamento, per raggiungere un consenso informato, disegnare trials e studi clinici e per individualizzare il piano di cura. Questo delicato compito può essere accuratamente svolto da infermieri specializzati. Alcuni istituti e università vanno dunque istituendo corsi specifici in onco-geriatria. Si apre cosi un nuovo indirizzo specialistico che vede gli infermieri impegnati in prima linea nell’identificare gli anziani più vulnerabili e disegnare il piano di cura migliore per loro.

Professor Riccardo A. Audisio
University of Liverpool
Consultant Surgical Oncologist
St Helens Teaching Hospital
Marshalls Cross Road
St Helens WA9 3DA – UK
SIOG Immediate Past-President
BASO President-Elect

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Arriva il caldo! a cosa fare attenzione! (prima parte)

Arriva il caldo? Nella stagione estiva, con la possibilità di stare all’aria aperta, si devono conoscere e riconoscere alcune situazioni di rischio legate al caldo e al sole. Prepariamoci, quindi, alle future ondate di calore. Il caldo afoso, soprattutto se associato a umidità elevata, rappresenta una situazione che, in particolare in persone  delle condizioni di salute, sino a produrre vere e proprie malattie che possono anche rendere necessario il ricovero ospedaliero. È sufficiente una temperatura di 30-35°, con alto tasso di umidità superiore al 60-70%, per determinare malori che, paradossalmente, possono non verificarsi con temperature anche più elevate ma in assenza di umidità, come nel deserto. Le temperature anche elevate vengono tollerate bene se l’umidità è intorno al 30%, mentre sul 50% possono iniziare i primi segni di malessere che diventano sempre più frequenti man mano che aumenta il tasso di umidità. L’umidità eccessiva non consente al sudore di evaporare dal nostro corpo e, quindi, di abbassare dapprima la temperatura cutanea e successivamente la temperatura interna. Si và incontro al rischio dell’ondata di calore. Ma che cos’è in realtà?
Il termine ondata di calore (in inglese heat-wave) è entrata a far parte del vocabolario corrente per indicare un periodo prolungato di condizioni meteorologiche estreme caratterizzate da elevate temperature ed in alcuni casi da alti tassi di umidità relativa. Tali condizioni possono rappresentare un rischio per la salute, in particolare in sottogruppi di popolazione “suscettibili” a causa della presenza di alcune condizioni sociali e sanitarie.
Un’ondata di calore è definita in relazione alle condizioni climatiche di una specifica area e quindi non è possibile definire una temperatura soglia di rischio valida per tutte le latitudini.
Oltre ai valori di temperatura (ed eventualmente dall’umidità relativa), le ondate di calore sono definite dalla loro durata: è stato infatti dimostrato che periodi prolungati di condizioni meteorologiche estreme hanno un maggiore impatto sulla salute rispetto a giorni isolati con le stesse condizioni meteorologiche. In diversi paesi, quindi, si usano definizioni basate sull’identificazione di un livello soglia di temperatura e sulla sua durata.
Durante i mesi estivi è possibile informarsi giornalmente sulle condizioni climatiche locali ed il relativo livello di rischio. Tale informazione è reperibile consultando via internet il sito web del Dipartimento della Protezione Civile, dove verranno pubblicati i bollettini città-specifici ogni mattina dopo le ore 10.
Inoltre i Comuni hanno il compito di diffondere l’informazione a livello locale: a seconda delle condizioni di rischio e della realtà locale, i bollettini potranno essere resi disponibili alla popolazione generale tramite la stampa, la televisione e la radio.
La capacità di termoregolazione di un individuo è fortemente condizionata da diversi fattori come l’età (ridotta nei bambini molto piccoli e negli anziani), uno stato di malattia e presenza di febbre, la presenza di alcune patologie croniche, l’assunzione di alcuni farmaci, l’uso di droghe e alcol.
Chi è a rischio quando si verifica un’ondata di calore?

  • Le persone anziane hanno condizioni fisiche generalmente più compromesse e l’organismo può essere meno efficiente nel compensare lo stress da caldo e rispondere adeguatamente ai cambiamenti di temperatura; tra questi chi soffre di malattie cardiovascolari, di ipertensione, di patologie respiratorie croniche, di insufficienza renale cronica, di malattie neurologiche è a maggior rischio;
  • Le persone non autosufficienti poiché dipendono dagli altri per regolare l’ambiente in cui si trovano e per l’assunzione di liquidi;
  •  Le persone che assumono regolarmente farmaci che possono compromettere la termoregolazione fisiologica o aumentare la produzione di calore;
  • I neonati e i bambini piccoli per la ridotta superficie corporea e la mancanza di una completa autosufficienza, possono essere esposti al rischio di un aumento eccessivo della temperatura corporea e ad una disidratazione, con possibili conseguenze dannose sul sistema cardiocircolatorio, respiratorio e neurologico;
  • Chi fa esercizio fisico o svolge un lavoro intenso all’aria aperta può disidratarsi più facilmente degli altri.

Quali sono i sintomi ?
Le malattie associate al caldo possono presentarsi con sintomi minori, come crampi, lipotimia ed edemi, o di maggiore gravità, come lo stress da calore e il colpo di calore, colpo di sole, la disidratazione.
I crampi sono causati da uno squilibrio elettrolitico oppure da una carenza di sodio, dovuta alla perdita di liquidi, oppure derivano da una insufficienza venosa spesso associata ad edema alle caviglie. Nel primo caso (squilibrio elettrolitico), i crampi si verificano negli anziani che assumono pochi liquidi o in persone che svolgono attività fisica senza reintegrare a sufficienza i liquidi persi con la sudorazione. Nel secondo caso (carenza di sodio), i crampi compaiono in persone non acclimatate che, pur bevendo a sufficienza, non reintegrano i sali minerali persi. In questo caso, le persone possono presentare, oltre ai crampi anche altri sintomi come cefalea, stanchezza e affaticamento, e vanno reidratate con una abbondante assunzione di acqua. Nella malattia venosa degli arti inferiori i crampi compaiono spesso durante la notte o dopo una prolungata stazione eretta.  In questo caso è consigliabile far assumere al paziente una posizione con gli arti superiori sollevati di almeno 4 cm rispetto al cuore, rinfrescando con acqua fredda gli arti inferiori.
L’edema è la conseguenza di una vasodilatazione periferica prolungata che causa un ristagno di sangue nelle estremità inferiori che, con l’aumento della pressione intravasale, provoca un travaso di liquidi nell’interstizio.  Un rimedio semplice ed efficace è tenere le gambe sollevate ed eseguire di tanto in tanto dei movimenti dolci per favorire il reflusso venoso, oppure, effettuare delle docce fredde agli arti inferiori, dal basso verso l’alto e dall’interno verso l’esterno sino alla sommità della coscia. Si tratta comunque di un sintomo da non sottovalutare poiché può essere associato a scompenso cardiaco.
La lipotimia è caratterizzata da un’improvvisa perdita della coscienza. La causa è un calo di pressione arteriosa dovuto al ristagno di sangue nelle zone periferiche con conseguente diminuzione dell’apporto di sangue al cervello.  Lo svenimento può essere prevenuto se, ai primi sintomi, quali vertigini, sudore freddo, offuscamento visivo o secchezza delle fauci, si fa assumere al paziente una posizione distesa con le gambe sollevate rispetto al cuore.
Lo stress da calore, è un sintomo di maggiore gravità e si manifesta con un senso di leggero disorientamento, malessere generale, debolezza, nausea, vomito, cefalea, tachicardia ed ipotensione, oliguria, confusione, irritabilità. La temperatura corporea può essere leggermente elevata ed è comune una forte sudorazione. Se non viene diagnosticato e trattato immediatamente, può progredire fino al colpo di calore. La diagnosi può essere facilmente confusa con quella di una malattia virale.  Il trattamento d’urgenza consiste nello spostare la persona in un ambiente fresco e reintegrare i liquidi mediante bevande ricche di sali minerali e zuccheri. Nei casi più gravi, la persona deve essere rinfrescata togliendo gli indumenti, bagnandola con acqua fredda o applicando degli impacchi freddi sugli arti.
Il colpo di calore è la condizione più grave e rappresenta una condizione di emergenza vera e propria. Il ritardato o mancato trattamento può portare anche al decesso. Il colpo di calore avviene quando la fisiologica capacità di termoregolazione è compromessa e la temperatura corporea raggiunge valori intorno ai 40°C. Si può presentare con iperventilazione, anidrosi (assenza di sudorazione), insufficienza renale, edema polmonare, aritmie cardiache, sino allo shock accompagnato da delirio che può progredire sino alla perdita di coscienza.  Il colpo di calore richiede, specie se colpisce neonati o anziani, l’immediato ricovero in ospedale. In attesa dell’arrivo dell’ambulanza, bisogna spogliare e ventilare il malato, rinfrescarlo bagnandolo con acqua fresca e applicare impacchi di acqua fredda sugli arti.
Il colpo di sole compare dopo una lunga esposizione ai raggi solari. Il primo segnale del disturbo è un malessere generale e improvviso a cui seguono mal di testa, sensazione di vertigine, nausea. La temperatura corporea si alza, la pelle appare secca e molto arrossata. Fortunatamente è facile riconoscere i primi indizi del fatto che ci si sta surriscaldando: compare il mal di testa e si avvertono vertigini o spossatezza. Spesso, poi, si presentano nausea e vomito. Se la persona è cosciente, le si può somministrare una bevanda fresca, ma niente di alcolico o contenente caffeina (tè e caffè, ma anche le varie cole). Un succo di frutta va bene, l’acqua anche. Se la persona tende a perdere coscienza, e rischia di cadere, si deve cercare di sdraiarla a terra su di un fianco, così che se dovesse vomitare non rischi il soffocamento. È invece
inutile tentare di far rinvenire la persona a schiaffi o scuotendola. Non somministrare assolutamente
alcun farmaco, anche perché non esistono sostanze in vendita senza prescrizione, che possano essere d’aiuto.
La disidratazione si manifesta in corso di sudorazione profusa con conseguente perdita d’acqua e di ettroliti, che generalmente vengono compensati dall’assunzione di bevande ed elettroliti. Se la quantità di acqua ingerita non è sufficiente a compensare la perdita di liquidi dell’organismo, si ha un aumento delle concentrazioni di sali nel plasma. Con la sudorazione si perdono molti sali essenziali per l’organismo: sodio,
cloro, potassio e magnesio. Il fabbisogno giornaliero può essere raggiunto con l’assunzione di bevande non alcoliche (almeno 1,5 litri) e di alimenti (1 litro).
N.N A&V 

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La frattura di femore: un evento inatteso. una difficile ma non impossibile gestione a domicilio.

Le fratture del femore rappresentano delle problematiche coinvolgenti soprattutto l’età senile.
Queste fratture non solo possono portare all’invalidità ma, anche compromettere la vita stessa dell’anziano. Grazie a nuove tecniche chirurgiche sempre più perfezionate, tali fratture possono giungere ad una consolidazione e consentire così all’anziano un reinserimento rapido sia nel contesto familiare che sociale.
Dopo una frattura se il paziente torna a domicilio ma è allettato oppure non può ancora caricare al 100% potrebbe essere utile posizionare materassino e cuscino antidecubito, questo per evitare il formarsi di piaghe da decubito. Posizionare inoltre dei rotoli di gommapiuma all’esterno dell’arto operato e all’interno mantenendo l’arto esteso, se l’assistito non è collaborante utili tutori al fine di evitare la lussazione della protesi e atteggiamenti viziati.
Posizionare un archetto al letto per evitare atteggiamento in equinismo del piede a causa del peso delle coperte.
Evitare un aumento ponderale per mantenere stabile il carico sull’arto fratturato.
Evitare movimenti di rotazione interna dell’arto operato che potrebbero causare una lussazione dell’anca.
Durante l’igiene a letto posizionare un cuscino in mezzo alle gambe e assumere la posizione laterale su lato sano per evitare di gravare troppo con il peso sulla protesi.
Il paziente può assumere la posizione seduta, in assenza di patologie collaterali, dapprima con le gambe sporgenti dal letto, successivamente, e dietro consiglio del Fisiatra/Fisioterapista  il paziente può  alzarsi ruotando dalla parte non operata (tronco, bacino e gambe) durante questa manovra un aiuto è necessario per sollevare la parte protesizzata.
A seconda del tipo di intervento e del tipo di protesi usata (se cementata o non cementata) la deambulazione può subire delle variazioni temporali che devono essere concordate e stabilite dall’Ortopedico di concerto con il Fisiatra. I tempi possono variare da un mese ad alcuni giorni.
La mobilizzazione letto-poltrona serve ad evitare la sindrome da immobilizzazione (piaghe da decubito, trombosi, ipotensione ortostatica, etc.) e la lussazione della protesi.
Il passaggio, dal letto alla carrozzina/sedia deve essere facilitato dal familiare con la collaborazione attiva del paziente. Il paziente dovrà seguire alcuni accorgimenti:

  • sedersi facendo forza sulla parte sana;
  • poggiare alla pari i glutei sulla sedia (la tendenza è quella di poggiare solo sulla parte sana alzando il fianco e così facendo, aumenta il rischio di una lussazione);
  • flettere l’anca sana coscia più ginocchio;
  • la gamba dell’arto operato dovrà assumere una posizione semi-estesa;
  • evitare la flessione e la rotazione dell’anca operata

Seduti in poltrona: mantenere le gambe lievemente divaricate; non accavallare mai le gambe; non sedersi su cuscini molli; le ginocchia non devono superare in altezza il livello delle anche. Posizionare un cuscino laterale per mantenere in asse con il ginocchio l’anca e se non è possibile utilizzare tutori articolati sempre per evitare la lussazione dell’anca.
Evitare di flettere il busto in avanti per alzarsi dalla poltrona o dalla sedia.
Durante la notte: non appoggiarsi in decubito laterale sul lato operato; porre un cuscino in mezzo alle gambe mantenendo le ginocchia leggermente flesse; non flettere il busto in avanti per rimboccarsi le coperte, non ruotare all’interno l’arto operato ( le ginocchia non devono “guardarsi”); non incrociare le gambe.
Esercizi isotonici da effettuare a letto o seduti per gli arti superiori e l’arto inferiore sano dopo l’intervento per mantenere e/o rafforzare il tono muscolare..
Posizionare la gamba operata su dei piani inclinati o cuscini dopo gli esercizi per prevenire la comparsa di edemi alle gambe.
E’ importante, attraverso la collaborazione del Medico di Base, attivare un’assistenza domiciliare fisiatrica per poter avere la collaborazione di un Fisioterapista che, oltre a tener sotto controllo il piano di mobilizzazione possa anche effettuare dei Massaggi  linfodrenanti con l’obiettivo di  ridurre l’edema agli arti inferiori dovuto alla immobilità ed ad un ridotto scarico del sistema venoso e linfatico a livello popliteo soprattutto se il paziente sta in posizione flessa antalgica dell’ arto fratturato e dei Massaggi decontratturanti e/o tonici per la presenza di contratture muscolari e di ipotrofia muscolare.
Ricordarsi che il Controllo Radiografico e la visita ortopedica vanno fatti un mese dopo l’intervento per controllare la stabilità dell’articolazione, ed eventuale inizio della deambulazione.
Deambulazione con carico parziale: Si consiglia di continuare a utilizzare le stampelle o il girello fino al controllo ambulatoriale dove si otterrà il parere favorevole dello specialista.
Salire e scendere le scale : per Salire le scale: i gradini si salgono sempre portando avanti l’arto non operato. Le stampelle vengono mantenute sul gradino inferiore fino a che anche l’arto operato non sia salito sul gradino. Scendere le scale: si scendono i gradini portando avanti sempre l’arto operato. Le stampelle vengono posizionate sul gradino inferiore, si porta avanti prima l’arto operato e poi quello sano.
Una delle più frequenti complicanze a seguito dell’intervento è l’ipotensione ortostatica che si presenta spesso, in particolare durante le manovre di mobilizzazione per raggiungere la stazione eretta.  Altra complicanza da non sottovalutare è il rischio trombosi.
Solo nel 2% dei pazienti si ha infezione dell’articolazione o della ferita chirurgica per questo motivo vengono somministrati antibiotici per evitare appunto l’instaurarsi di un’infezione ed è necessario controllare e medicare giornalmente la ferita chirurgica.
La polmonite è un rischio che si può presentare dopo un importante intervento chirurgico. Per avere i polmoni liberi da ogni congestione, verranno insegnati ai pazienti una serie di esercizi respiratori.
Le persone che presentano scompensi a livello cardio-respiratorio possono seguire comunque un piano di gestione e riabilitazione della frattura di femore, rispettando i tempi e le modalità personali di risposta al compito richiesto.

È importante, sia per il paziente sia per la famiglia, che la fase della riabilitazione sia “presidiata” e supportata a domicilio, attraverso l’aiuto di professionisti che, oltre ad avere una visione globale della situazione, possono effettuare interventi di educazione terapeutica.  N.N. A&V

La nostra gloria più grande non sta nel non cadere mai, bensì nel rialzarci ogni volta che cadiamo.     Confucio

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L’uomo e l’andropausa

Andropausa è sinonimo maschile di menopausa, e sta a indicare la cessazione graduale dell’attività degli organi riproduttivi dell’uomo.
L’andropausa però non presenta repentine alterazioni ormonali: gli ormoni prodotti dall’ipofisi, l’Lh che favorisce la produzione di testosterone e l’Fsh che ha il compito di accelerare la maturazione degli spermatozoi, diminuiscono gradatamente nell’arco di anni. Di conseguenza decresce anche la quantità di testosterone, il principale ormone sessuale prodotto dai testicoli, dal quale dipendono lo sviluppo e il mantenimento dei caratteri sessuali maschili e la produzione degli spermatozoi.
Quando inizia il declino. L’età in cui questo lento processo porta alla sterilità può variare molto: alcuni uomini diventano sterili a 40 o 50 anni, mentre altri rimangono sessualmente attivi e fecondi fino a 80 anni e più.
Quel che è certo è che nell’uomo, dopo i 60 anni, si verifica un rallentamento del metabolismo delle proteine e dei lipidi dovuto all’invecchiamento, una riduzione dell’apparato circolatorio che ha un ruolo fondamentale nel rendere possibile l’erezione e una progressiva insensibilità dei recettori periferici che, stimolati durante l’atto sessuale, servono a provocare l’erezione.
Che si possa parlare o meno di andropausa, in questo periodo della vita si manifestano dei cambiamenti significativi nel corpo: riduzione del volume e della consistenza dei testicoli, perdita di elasticità dei tessuti del pene, aumento di volume della prostata (la ghiandola che produce il liquido lubrificante e seminale), minore densità dei peli nella zona genitale.
Ad essi sono associati in genere altri sintomi, anche se in misura molto variabile da una persona all’altra: deficit dell’erezione (maggiore lentezza, necessità di stimoli diretti), calo del desiderio sessuale, perdita di capelli, aumento del grasso nell’addome, cali d iumore. Fumo e alcol possono svolgere un ruolo significativo, nell’accelerarli. Ma si tratta comunque di fenomeni molto graduali, quando la persona è in condizioni non patologiche.
Con l’andropausa non cambiano le sensazioni legate al piacere e alla sessualità, ma muta il modo di avere un rapporto: il tempo di eccitamento si prolunga, l’erezione compare più lentamente e dura più tempo, sebbene sia meno voluminosa, a causa del minore afflusso di sangue nei tessuti spugnosi del pene. Anche le contrazioni muscolari che avvengono durante l’orgasmo possono essere di minore entità e il periodo di tempo che trascorre tra due orgasmi successivi si prolunga. Rimane comunque la capacità di procreare, perché molti spermatozoi prodotti rimangono funzionali, in grado di fecondare una cellula uovo. Il calo di desiderio non si manifesta in tutti gli individui e comunque è influenzato anche da altri fattori psicologici, sociali e medici, come ad esempio la presenza di una partner interessata, stati di malattia, condizioni di cura, eccetera.
Facendo riferimento alla terminologia citata poco sopra, l’andropausa può essere definita come una condizione caratterizzata dal fisiologico calo di ormoni maschili; come già accennato precedentemente, nella donna si ha la quasi totale cessazione della produzione ormonale, mentre nei soggetti di sesso maschile si rileva soltanto una diminuzione della produzione di androgeni (mediamente dal 50 al 70% circa). Il problema interessa in misura minore gli uomini nella fascia di età compresa tra i 40 e i 50 anni, mentre si fa più evidente nella popolazione più anziana, in particolar modo quando si sono superati i 65 anni di età.
L’andropausa non è soltanto legata a una diminuzione della produzione ormonale, ma anche all’alterazione del funzionamento dei cosiddetti recettori ormonali (recettori che si trovano sulle membrane cellulari, specifici per determinati ormoni e dotati della capacità di legarsi a questi ultimi); è quindi possibile che in due soggetti diversi, a parità di deficit della produzione di ormoni androgeni, la condizione di andropausa sia più o meno severa a seconda della presenza o meno di detta alterazione.
Uno dei segni più evidenti di andropausa è il calo della libido e la diminuzione della potenza sessuale. È corretto evidenziare che determinati segni di andropausa possono essere potenziati (o meglio, aggravati, visto il loro carattere negativo) da uno scorretto stile di vita (uso abituale di bevande alcoliche o superalcoliche, tabagismo, errate abitudini alimentari, sedentarismo ecc.) o dalla presenza di patologie a carattere cronico (disordini cardiovascolari, patologie neurologiche, malattie sistemiche ecc.).
La diagnosi di andropausa viene effettuata tramite vari controlli; uno di questi è il dosaggio degli ormoni androgeni; i dosaggi eseguiti con più frequenza sono quelli del testosterone libero dell’SHBG e quello dell’LH.
Deve inoltre essere eseguita una visita andrologica che potrebbe mettere in evidenza la presenza di ginecomastia e anche l’ipotrofia dei testicoli.
La terapia ormonale sostitutiva non può essere iniziata se non dopo alcuni esami tesi a escludere l’eventuale presenza di tumore alla prostata; i principali esami che perseguono questo scopo sono il dosaggio di PSA libero e quello del PSA totale, l’esplorazione rettale e l’ecotomografia prostatica transrettale. Nel caso venga accertata la presenza di carcinoma prostatico, l’ormonoterapia non può essere effettuata.    M.S. A&V

Lo so, non sono perfetto…Ma chi se ne frega!!Nemmeno la luna è perfetta. E’ piena di crateri. E il mare? Nemmeno lui! Troppo salato. E il cielo? Sempre così infinito…Insomma, le cose più belle non sono perfette. Sono speciali!   Bob Marley

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