Mese: ottobre 2013

Il dolore nell’anziano

Il numero degli anziani sta crescendo esponenzialmente, sia nei Paesi industrializzati sia in quelli in via di sviluppo: si calcola che nel 2050 la percentuale di persone sopra i 65 anni nei Paesi sviluppati crescerà dall’attuale 17,5% a oltre il 36% e il numero di soggetti ultra ottantenni aumenterà di tre volte (fonte ISTAT). Una percentuale pari a circa  il 20% circa della popolazione adulta soffre di dolore cronico, ma la quota di anziani che è afflitta da dolore è ancora maggiore: tra gli over 60 che vivono in famiglia, una percentuale che varia dal 25% al 50%, a seconda degli studi, soffre di dolori che vanno a pesare notevolmente con le normali attività di vita quotidiana. Alcuni studi sostengono che la sensibilità al dolore possa essere ridotta nelle età più avanzate, questo non vuol significare che il dolore sia assente. Inoltre, altre condizioni, quali fatigue, depressione, ansia, disturbi del sonno e deficit cognitivi, possono essere correlate al dolore o addirittura esserne la manifestazione. E’ da considerare che, rispetto alla popolazione adulta più giovane, i soggetti anziani presentano con maggiore frequenza dolori cronici, che coinvolgono gli apparati muscoloscheletrico, cardiovascolare e respiratorio con le intuibili ripercussioni sulla qualità della vita; alcuni studi dimostrano che oltre i 65 anni il dolore osteoarticolare può essere presente in un soggetto su quattro. Inoltre, in uno studio condotto su 1306 anziani istituzionalizzati, è stato evidenziato come il dolore cronico muscolo scheletrico costituisca un importante fattore di disabilità, tanto da triplicare le difficoltà di espletare tre o più attività di base della vita quotidiana (Scudds RJ, McRobertson J).
Per meglio inquadrare il dolore cronico è necessario prima definire il dolore acuto: “dolore di breve durata, in cui è solitamente evidente il rapporto causa effetto (dolore postoperatorio, colica, dolore traumatico).

Dolore
Dolore

Il dolore acuto può avere una funzione di protezione da aggressioni esterne.” In una condizione intermedia si può collocare il dolore persistente, definibile come: “dolore dovuto alla permanenza di uno stimolo”. Conserva le caratteristiche del dolore acuto che però persistono nel tempo”.
Nel descrivere il dolore cronico alcuni utilizzano un criterio puramente cronologico: “si definisce dolore cronico un dolore che persiste per più di tre mesi” mentre, a nostro giudizio, forse più correttamente, si può ricorrere ad una definizione senza ulteriori precisazioni cronologiche: ”dolore cronico è un dolore che si protrae oltre il periodo in cui è prevista la guarigione della patologia che ne è causa” (Giovanni Zaninetta).
Il dolore cronico presenta anche pesanti costi sociali, sia diretti che indiretti, ad iniziare da un uso eccessivo ed improprio del sistema sanitario con un incremento dei costi sanitari e farmaceutici, spesso con un aumento dei costi finanziari, oltre che umani, per la famiglia.
Vi sono alcune raccomandazioni di ordine generale riguardo il trattamento del dolore cronico non oncologico che sono importanti da considerare:

  • Definire perché vi è dolore cronico ed escludere altre cause di dolore intercorrente;
  • Valutare con attenzione il grado di inabilità e di stress, anche a livello esistenziale
  • Misurare all’inizio e nel tempo l’intensità del dolore attraverso strumenti semplici e riproducibili come le scale di valutazione;
  •  Identificare i fattori che aggravano o attenuano il dolore;
  • Effettuare una valutazione attenta dei fattori non somatici che possono esasperare il dolore (ansia, depressione, preoccupazioni esistenziali);
  • Far eseguire al medico un accurato esame fisico per verificare la sintomatologia descritta;
  • Documentare con precisione i risultati e le prescrizioni.

“ Una delle più grosse problematiche, in particolar modo in geriatria, riguarda il mancato riconoscimento del sintomo dolore o la sottovalutazione del problema , con scarso controllo e trattamento dagli operatori della sanità.”
Un’altra complicanza è rappresentata dal fatto che nell’anziano vi è una presentazione dolorosa acuta “atipica” (Infarto Miocardico Acuto silente e scambiato con dolore gastrico; ulcera peptica; addome acuto).
L’effetto dell’invecchiamento “di per sé” sulla percezione del dolore sarebbe da considerare nullo, anche se è del tutto giustificato e prudente tenere in considerazione la presentazione dolorosa atipica come manifestazione di malattia acuta nell’anziano.
Il dolore produce anche un importante impatto sul soggetto che ne è affetto quali ad esempio:

  • Disturbi del comportamento espressivo e motorio (delirium);
  • Turbe del sonno;
  • Disturbi nei rapporti sociali e familiari;
  • Causa di ospedalizzazione;
  • Ricorso a numerosi farmaci;
  • Depressione ed irritabilità;
  • Riduzione dei livelli di attività con perdita di dipendenza nelle attività quotidiane.

Il dolore nell’anziano resta una questione aperta che necessita di un approccio olistico, che non disgiunge mai il sintomo, per quanto rilevante e disturbante come può essere il dolore, dalla persona che ne è colpita, riconoscendo nell’interezza dell’individuo l’obiettivo del prendersi cura, collocando dunque la terapia farmacologica e non farmacologica del dolore all’interno di una relazione interpersonale.
Molti sono gli aspetti ancora da considerare nella trattazione del dolore, quali la valutazione, il trattamento e il dolore nel demente ma saranno oggetto di prossimi articoli.  N.N  A&V
 
“Così come si provocano o si esagerano i dolori dando loro importanza, nello stesso modo questi scompaiono quando se ne distoglie l’attenzione”.
Sigmund Freud

× Featured

Mi racconto...

E’ Natale…

Anziani & Vita e i suoi autori, vogliono augurare a tutti Voi un Sereno e Felice Natale.A proposito di Natale sapete da dove è nata la tradizione? Si dice che il nome derivi da un personaggio storico, il Vescovo (divenuto poi santo) Nicola che abitava in una città della Turchia, precisamente nella città di Myra. Si narra che ritrovò e riportò in vita cinque bambini che erano stati rapiti e uccisi da un oste ed questo il motivo per cui era ed è considerato il protettore e il beniamino di tutti i bambini.E’ curioso notare come viene rappresentato. Normalmente è un signore anziano, piuttosto robusto , con la barba bianca e gli occhiali, vestito di rosso con inserti di pelliccia bianca. Forse il fatto che venga rappresentato come un “nonno” deriva dalla leggenda russa nella quale questa figura viene associata a “Nonno gelo” che porta i regali ai bambini. Insomma, quale figura migliore di un “nonno” per fare felici tanti bambini? Chi meglio dei nonni possono portare tanti regali? Con questi pensieri Vi salutiamo e Vi rinnoviamo tantissimi auguri di Buon Natale!!!.

 N.N.  M.S.  A&V

E’ Natale ogni volta che sorridi a un fratello e gli tendi la mano…..E’ Natale ogni volta che riconosci con umiltà i tuoi limiti e la tua debolezza. E’ Natale ogni volta che permetti al Signore di rinascere per donarlo agli altri.

 ( Madre Teresa di Calcutta ) 

× Featured

Mi racconto...

Il Papa e gli anziani

Non voglio certo farne una questione religiosa o politica, ognuno è libero di credere o no, ma voglio comunque sottolineare, con una visione assolutamente laica, quanto Papa Francesco stia facendo per dare rilievo alla condizione degli anziani. All’incontro che ha tenuto in Brasile in occasione della giornata mondiale della gioventù, durante l’Angelus celebra i nonni e il dialogo tra le generazioni, soprattutto all’interno della famiglia, “un tesoro da conservare e alimentare”. “Auguriamoci di poter invecchiare come il buon vino”.
Ribadisce un concetto a lui caro, avvicinando giovani e meno giovani, entrambi con un ruolo fondamentale: “bambini e anziani”, ha detto Francesco, “costruiscono il futuro dei popoli”. I più giovani, ha spiegato, sono importanti perché costruiranno la storia, ma i nonni, ha aggiunto, “sono importanti nella vita della famiglia “, loro sono la storia, l’hanno già costruita. In questa giornata mondiale “i giovani vogliono salutare i nonni” “e li ringraziano per la testimonianza di saggezza che offrono continuamente”, il tutto è avvenuto nella giornata dedicata alla festa dei nonni, a suggellare l’importanza di questa unione fondamentale per tutti noi e per l’evoluzione della specie.
Per la sua vicinanza alla gente è stato definito un “papa del popolo” e credo che non possa certo passare inosservata una simile attenzione. Ha definito che “I più gravi mali del mondo in questi anni sono i giovani senza lavoro e i vecchi lasciati soli”.
Per chi, come me, si occupa ormai da circa vent’anni della cura e dell’assistenza agli anziani, un simile messaggio non può certo passare inosservato. Dà spinta e motivazione nel continuare un cammino umano e professionale, a volte difficile ma tanto arricchente dal punto di vista delle relazioni. Ripeto, non ne faccio una questione religiosa, ma un tributo ad una simile attenzione è meritevole di menzione.  N.N.  A&V

× Featured

Mi racconto...

Prendersi cura di chi cura: il difficile ruolo del caregiver

La demenza non produce effetti solo sulla persona malata. Nella maggior parte dei casi ha un impatto importante anche sui membri della famiglia e gli amici che si prendono cura di loro. La maggior parte dei pazienti, specialmente nello stadio iniziale della malattia, possono essere assistiti a casa anziché ricorrere a case di riposo o altre strutture. Più della metà dei pazienti continua a vivere nella propria casa, e l’80-90% viene assistito da familiari e amici.
Molti studi e ricerche dimostrano che prendersi cura di una persona cara con Alzheimer o demenza spesso esige un grosso sforzo fisico e psicologico. La letteratura scientifica di riferimento mostra che i caregiver di soggetti malati di Alzheimer hanno un rischio maggiore rispetto alla popolazione generale di trovarsi con un alto livello di ormoni dello stress, l’immunità compromessa, e una maggiore incidenza di ipertensione e malattie coronariche.
Ma chi sono i caregivers?
Con questo termine si intende letteralmente,” colui che presta assistenza” e si suddividono in:

  • caregivers formali  cioè coloro che ricevono una retribuzione per l’assistenza (operatore dei servizi, assistenti familiari)
  • caregivers informali ovvero i familiari, vicini di casa, amici che dedicano il loro tempo al malato a titolo gratuito.

Sono proprio i familiari coloro i quali necessitano di maggior supporto e assistenza in quanto il percorso psicologico per accettare la malattia è simile a quello di chi vive una situazione di lutto (situazione di perdita e rinuncia). I sentimenti che spesso si scatenano sono:

  • la negazione: il rifiuto di credere vero ciò che sta accadendo può indurre alla ricerca di nuove diagnosi, alla ricerca del farmaco “risolutore”, al tentativo di convincere il malato a comportarsi “come prima”
  • l’iperattivismo: può condurre al tentativo di volersi sostituire in tutto al malato
  • la collera: è dovuta alla frustrazione per il consistente investimento di energie che non vanno a buon fine
  • la fuga: dovuta al tentativo di allontanarsi dalla fonte di ansia, al fine di preservare intatta l’immagine del malato che non si è in grado di modificare9384842-large

Le principali problematiche del caregiver riguardano la mancanza di conoscenze adeguate sulla malattia e di conseguenza le dinamiche evolutive della malattia. Questo  non permette una visione oggettiva della realtà e crea false aspettative (positive e negative). A questo si aggiungano le grosse difficoltà assistenziali che la malattia comporta. È importante saper rinunciare al ruolo di caregiver principale, quando non si è più in grado di sostenerlo. Possono crearsi dei grossi contrasti familiari, la responsabilità dell’assistenza spesso non è distribuita equamente all’interno della famiglia (stereotipi su chi dovrebbe aiutare).
Si creano difficoltà sociali e relazionali legate alle speranze e i progetti per il futuro che svaniscono man mano che ci si impegna nell’assistenza del malato oltre al grosso imbarazzo e vergogna che questi malati possono generare, provocando così l’isolamento sociale sia del soggetto sia del caregiver. Con il progredire della malattia, chi si prende cura del paziente finisce per allontanarsi dagli amici e dalle normali attività sociali. Anche le persone più devote non possono fare a meno di provare un senso di colpa per il rancore o la frustrazione che provano nel dover affrontare le modificazioni del comportamento causate dalla demenza. Infine le difficoltà emotive possono intaccare la fiducia del caregiver sull’importanza del proprio ruolo. La demenza inoltre comporta notevoli problemi finanziari per i caregiver.
Prendersi cura di un membro della famiglia con Alzheimer è particolarmente irto di difficoltà per chiunque abbia una predisposizione verso la depressione. Il tipo di assistenza che richiede il malato di Alzheimer lascia poco tempo ai caregiver per rilassarsi e fare le cose che controllano il loro stress. Alcuni studi hanno dimostrato che le persone che si occupano dei propri cari con Alzheimer passano più tempo in questo compito dei caregiver familiari di pazienti con altre malattie.
Non sempre è facile capire come agire ma ci sono alcuni accorgimenti su quello che il caregiver può fare:

  • Avere cura di se stesso per non esaurire le risorse emotive e fisiche nell’interesse del paziente (per lui il caregiver è la cosa più preziosa)
  • Non isolarsi (tanto più quanto più è grave la fase di malattia) per rendere più efficace il proprio atteggiamento nei confronti del paziente

La demenza è una malattia che non consente di fare i conti con la perdita una volta per tutte ma rinnova le ferite psicologiche del caregiver ogni volta che un nuovo deficit si aggiunge a quelli precedenti. È necessario economizzare le proprie risorse per spenderle a poco a poco nel tempo, anziché bruciarle tutte presto.
È  importante imparare ad affrontare nel modo migliore le varie situazioni che si possono presentare. Infatti, agendo in modo efficace sui disturbi del comportamento o dell’umore, si riuscirà a ridurre il sentimento di impotenza e di sconforto causato da una gestione della malattia poco adatta alle esigenze del paziente.  N.N.  A&V

 
[…] rispettare la persona umana menomata dalle nebbie tragiche dell’Alzheimer, inchiodata al letto o alla carrozzella, smarrita nelle sue facoltà fisiche o intellettuali, senza mai identificarla con la sua infermità che diviene anche «in-formità»: l’essere umano nella sua indegnità richiede rispetto nonostante la sua miseria fisica, psicologica, morale anzi, proprio in essa va riaffermata la perdurante dignità umana.
(E. Bianchi, La Stampa 27 maggio 2007)

× Featured

Mi racconto...

Arriva l’influenza! Alcuni consigli per prevenirla

L’influenza è un’infezione virale acuta del tratto respiratorio superiore che si trasmette per via aerea. È molto contagiosa, perché si trasmette facilmente attraverso goccioline di muco e di saliva, anche semplicemente parlando vicino a un’altra persona ma anche per via indiretta, attraverso il contatto delle mani con oggetti e superfici contaminati da secrezioni infette..
Spesso vengono impropriamente etichettate come “influenza” diverse affezioni delle prime vie respiratorie, sia di natura batterica che virale, che possono presentarsi con sintomi molto simili.
È caratterizzata da sintomi sistemici quali febbre, malessere generale, cefalea e dolori osteomuscolari e respiratori, tosse e faringodinia. L’esordio è generalmente brusco e improvviso e la febbre dura 3-4 giorni.
Si stima che nel nostro Paese l’influenza causi ogni anno circa  8000 decessi: di questi, l’84-90% riguarda soggetti di età  superiore a 65 anni. Il rischio di mortalità legato all’influenza aumenta esponenzialmente dopo i 65 anni; non solo l’età avanzata in sé, con il declino dell’immunocompetenza che la contraddistingue, ma la presenza di comorbilità, la fragilità e i deficit nutrizionali sono fattori che concorrono ad aumentare la suscettibilità a contrarre la malattia e a incrementare la mortalità a essa correlata. L’influenza è anche una causa importante di disabilità e declino funzionale nell’anziano. L’incidenza dell’influenza decresce con l’aumentare dell’età e raggiunge il valore minimo nell’anziano.
L’età geriatrica è maggiormente a rischio di complicanze polmonari da virus influenzale. La polmonite virale primaria è la manifestazione polmonare più grave dell’influenza ed è la causa di buona parte della mortalità associata all’influenza. Deve essere sospettata in caso di rapida progressione dei sintomi influenzali verso l’insufficienza respiratoria grave. I sintomi sono spesso atipici nell’anziano, si presentano con confusione mentale, dolore toracico e febbre meno pronunciati che nell’adulto giovane. Altre complicanze nell’anziano comprendono riacutizzazioni di BPCO, polmonite virale e batterica sovraimposte, complicanze cardiache e ictus cerebrale.influenza-400x300
Il trattamento dell’influenza è sintomatico e prevede la somministrazione di farmaci in grado di controllare febbre e sintomatologia dolorosa (dolore muscolare, articolare e cefalea). Per il carattere sintomatico della terapia dell’influenza, il medico curante svolge un ruolo fondamentale nell’istruire il paziente sull’uso dei farmaci antipiretici e analgesici anche di automedicazione.
Altra azione importante riguarda gli interventi di prevenzione del contagio, esortando il paziente ad adottare alcune regole igieniche semplici, ma molto efficaci:

  • in caso di tosse o starnuti, coprire la bocca e il naso con un fazzoletto di carta, evitando di tossire e starnutire sulle proprie mani;
  • prediligere fazzoletti di carta e gettarli nella pattumiera subito dopo l’uso;
  • lavare frequentemente le mani con acqua e sapone (o con gel alcolici), in particolare dopo essersi soffiati il naso o aver tossito o starnutito;
  • evitare il contatto stretto con persone malate;
  • evitare di toccarsi occhi, naso e bocca.
  • Isolamento volontario a casa delle persone con malattie respiratorie febbrili specie in fase iniziale

Inoltre nel soggetto anziano con l’influenza, è importante suggerire alcune utili misure comportamentali:

  • rimanere a casa sino a 24 ore dopo la scomparsa della febbre;
  • mantenere l’ambiente fresco e aerato;
  • evitare di coprirsi in maniera eccessiva, per permettere l’abbassamento della temperatura corporea;
  • se compaiono brividi, al contrario, coprirsi;
  • assumere molti liquidi (acqua, succhi di frutta, spremute d’arancia), meglio se contenenti elettroliti (sodio e potassio) per rimpiazzare quelli persi con la sudorazione;
  • evitare il digiuno completo, ma adottare una dieta leggera (ad es., brodo tiepido di pollo o di carne);
  • non bere alcolici e non fumare;
  • in caso di naso chiuso, può essere utile l’inalazione di vapore (fumenti).

Importante ricordare all’anziano che, ogni anno, è disponibile il vaccino antinfluenzale. La vaccinazione è l’intervento più efficace e sicuro per prevenire le forme gravi e complicate di influenza e ridurre la mortalità nei gruppi ad alto rischio di malattia grave. Effettuabile da tutta la popolazione (al di sopra dei 6 mesi di vita), nel nostro Paese è raccomandata dal Ministero della Salute per le categorie a rischio, tra cui gli anziani (>65 anni), ai quali la vaccinazione è offerta attivamente e gratuitamente nel corso della campagna di vaccinazione stagionale (da metà ottobre a fine dicembre). Inoltre, non vi è controindicazione a vaccinare un anziano asintomatico a epidemia già iniziata.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità indica quale obiettivo primario della vaccinazione antinfluenzale la prevenzione delle forme gravi e complicate di influenza e la riduzione della mortalità prematura in gruppi ad aumentato rischio di malattia grave: una strategia vaccinale basata su questi presupposti presenta un favorevole rapporto costo-beneficio e costo-efficacia.        N.N. A&V

Ogni persona ne influenza un’altra, e questa ne influenza un’altra ancora, e il mondo è pieno di storie, che in realtà sono sempre la stessa.
Mitch Albom, Le cinque persone che incontri in cielo, 2003

× Featured

Mi racconto...