Mese: gennaio 2014

Ho degli strani ronzii nelle orecchie…cosa sono? Gli acufeni

Gli Acufeni sono rumori di diversa natura (fischi, ronzii, crepiti, pulsazioni o fruscii), percepiti in modo persistente o intermittente da uno o da entrambi gli orecchi, con intensità variabile e con effetti spesso molto fastidiosi sia dal punto di vista fisico sia psichico da parte di chi ne soffre. Si tratta di un disturbo che in alcuni casi è così insopportabile e può minare la qualità della vita di una persona.
Gli acufeni possono essere provocati da numerosi possibili fattori, ma, fortunatamente, negli ultimi anni sono state sperimentate nuove tecniche e terapie in grado di limitarli.
Quando si può parlare di acufeni?
In determinate situazioni (per esempio una stanza con silenzio assoluto), il 95% delle persone over 40 avverte sensazioni uditive anomale come ronzii, fischi ecc. Si parla di acufeni quando il soggetto ritiene decisamente fastidiosi questi rumori. Il problema però riguarda soprattutto le persone ansiose per le quali la soglia d’innesco del tinnito è particolarmente bassa; di fatto, coloro che sono intolleranti a ogni fastidio diventano alla lunga incapaci di gestire i rumori di fondo della chiocciola. I soggetti equilibrati, al contrario, nel normale background quotidiano, non sentono nulla.
Acufeni: cause e fattori di rischio
Le cause principali degli acufeni possono essere ricondotte a numerosi fattori interessanti l’orecchio interno, il nervo acustico e alcune strutture anatomiche adiacenti, soggette frequentemente a stimoli esterni in grado di danneggiarle.
Tra i fattori di rischio ritenuti come certi vi sono l’età, le patologie di tipo cardiovascolare, le malattie cerebrovascolari, l’assunzione di determinate sostanze (per esempio i salicilati, i FANS, alcuni farmaci ad azione antibiotica, i diuretici  e alcuni chemioterapici), i processi infiammatori o infettivi a carico dell’orecchio, i traumi cranici e quelli del collo, disturbi tiroidei, esposizione prolungata al rumore, la sindrome di Menière, la presbiacusia, l’ipoacusia improvvisa, il neurinoma del nervo acustico e l’otosclerosi.
Tra i fattori di rischio per acufeni ritenuti come probabili troviamo l’assunzione di sostanze alcoliche o superalcoliche, gli stati ansiosi, la familiarità, l’obesità e il fumo.
Interessante l’associazione tra esposizione al rumore e acufeni; un’esposizione continua al rumore durante le ore di lavoro aumenta di 1,7 volte il rischio di acufeni; nei soggetti che hanno superato i 40 anni di età il rischio risulta leggermente aumentato (2 volte).Acufene3
 
Classificazione degli acufeni
Sono vari i modi in cui possono essere classificati gli acufeni; una prima distinzione è quella che divide gli acufeni due gradi categorie: acufeni oggettivi e acufeni soggettivi.
Acufeni soggettivi – sono molto più diffusi di quelli oggettivi e si presentano in modo molto diversificato anche nel genere di sensazioni sonore percepite. Il fattore caratterizzante degli acufeni soggettivi riguarda la causa, che è sempre legata ad attività spontanee o patologiche connesse con l’apparato uditivo. A seconda della sede anatomica della lesione o della patologia gli effetti sono alquanto diversi, anche se è l’orecchio interno a essere maggiormente soggetto a questo tipo di affezione.
Orecchio esterno: causati dall’occlusione del condotto uditivo, queste forme lievi di acufeni, solitamente unilaterali, provocano un abbassamento dell’udito (ipoacusia), una sensazione di orecchio chiuso o anche il rimbombo della propria voce nell’orecchio (autofonia). Di solito basta la pulizia del condotto per risolvere il problema.
Orecchio medio: si tratta di ronzii auricolari provocati generalmente da otiti catarrali o da parziale chiusura delle tube di Eustacchio. Gli effetti e le cure sono le stesse che vengono praticate per la cura degli acufeni relativi all’orecchio esterno.
Orecchio interno: sede principale dell’apparato uditivo, l’orecchio interno è anche l’organo più fortemente esposto ad acufeni. Questi sono dovuti sia a forti variazioni della pressione dei liquidi presenti all’interno del labirinto acustico, spesso la causa è dovuta a traumi esterni (a danno della scatola cranica) che si riflettono poi internamente. Un ruolo importante spesso lo gioca l’ipertensione. Purtroppo però l’origine della maggior parte di questi acufeni non è sempre facilmente individuabile ed è anche per questo che i farmaci utilizzati sui vasi sanguigni (vasodilatatori e antiaggreganti), sede più accreditata delle loro cause scatenanti, non sempre risultano efficaci.
Acufeni oggettivi – Gli acufeni oggettivi sono decisamente più rari degli acufeni soggettivi; trovano la loro causa in rumori reali e spesso percepibili anche da osservatori esterni. Si distinguono sommariamente in quattro gruppi:

  • acufeni di origine temporo-mandibolare: causati da lesioni di questa articolazione, adiacente all’orecchio e per questo in grado di trasmettergli ogni più piccolo fruscio delle proprie superfici.
  • acufeni cavitari: in questo caso l’area danneggiata è la cavità dell’apparato uditivo.
  • acufeni muscolari: provocati dalla contrazione dei muscoli di palato, faringe e della cassa timpanica.
  • acufeni vascolari: dovuti a malattie o irregolarità dei vasi sanguigni vicini all’orecchio, sono gli acufeni oggettivi più diffusi e si manifestano frequentemente con effetto pulsante.

 
acufeni1Acufeni: la diagnosi
La diagnosi di acufeni viene effettuata attraverso vari step. Prima di iniziare la visita vera e propria e dar corso agli esami, viene richiesto al soggetto che accusa il problema di compilare due questionari. Nel primo questionario si richiedono informazioni relative alla localizzazione, all’epoca e alle modalità di insorgenza del problema; altre domande riguardano il tempo di persistenza, l’intensità, il fastidio percepito e le conseguenze psicofisiche. Nel secondo questionario vengono richieste informazioni il più dettagliate possibile sugli effetti che gli acufeni hanno sul soggetto in questione.
Dopo la compilazione dei questionari inizia la visita vera e propria; in prima battuta viene effettuato un esame al microscopio dell’orecchio esterno e del timpano; questa prima indagine ha lo scopo di rilevare l’eventuale presenza di patologie a carico dell’orecchio esterno e dell’orecchio medio; nel contempo e possibile effettuare una rimozione del cerume. Dopo l’esame microscopico vengono effettuate altre indagini tra le quali ricordiamo l’audiometria totale, l’audiometria vocale, l’impedenziometria, l’acufenometria (un esame che ha lo scopo di misurare in modo il più oggettivo possibile la frequenza e l’intensità degli acufeni), le prove di tollerabilità ai rumori forti e, infine, le fotoemissioni acustiche ad alta definizione.
Nel caso il medico lo ritenga opportuno possono essere richiesti altri esami fra i quali ricordiamo l’ABR (esame audiometrico a potenziali evocati), la risonanza magnetica, la TAC, esami ematochimici, esami posturali ecc.
Dopo l’esecuzione di tutti gli esami lo specialista dovrebbe essere in grado di formulare con una certa precisione un’ipotesi sulle cause che hanno portato alla generazione degli acufeni e, conseguentemente, di impostare un piano terapeutico. Le terapie degli acufeni possono avere durate anche lunghe ed è pertanto importante, durante questi periodi, effettuare varie visite di controllo.
 
Acufeni: il trattamento
A seconda del tipo di intensità degli acufeni e dal livello di sopportazione del soggetto il trattamento può essere estremamente variabile. Da qualche anno è stato proposto di trattare il problema degli acufeni e dell’iperacusia con una nuova terapia definita TRT, acronimo di Tinnitus Retraining Therapy, terapia di riallenamento o di riprogrammazione dell’acufene. Il principio cardine di questa cura si basa sul fatto che tutti i segnali presenti nelle vie uditive sono sottoposti a un controllo interno prima di essere percepiti con coscienza. Per quanto riguarda la terapia farmacologica c’è da rilevare che, al momento attuale, non esistono terapie considerate particolarmente efficaci per la risoluzione degli acufeni; in alcuni casi però l’assunzione di farmaci diventa necessaria in quei casi di acufeni altamente invalidanti che provocano al soggetto problemi di tipo psicologico. Gli acufeni che insorgono in modo brusco possono in qualche caso essere trattati efficacemente con il ricorso a quei farmaci che vengono prescritti nei casi di sordità improvvisa.
La terapia chirurgica, fatti salvi gli interventi di drenaggio e aerazione e quello conseguente a otosclerosi, trova raramente giustificazione in caso di acufeni.
La modifica della dieta viene consigliata in quei casi in cui si ipotizza che il problema sia relativo a allergie di tipo alimentare o all’assunzione di alimenti che potenzialmente sono responsabili dell’insorgenza degli acufeni.   N.N A&V

Mi sento fischiare le orecchie. Chissà chi sta parlando di me ! Detto popolare

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Tipi di incontinenza e fattori di rischio L'incontinenza urinaria

L’incontinenza da sforzo viene anche denominata da stress, poiché gli eventi che scatenano la perdita di urina provengono dall’esterno dell’apparato urinario. In pratica il sistema sfinteriale non è più in grado di sostenere i repentini aumenti della pressione intraddominale e la manifestazione più evidente è l’incapacità di trattenere l’urina in caso di starnuti, risate, salti, sforzi fisici (come sollevare pesi), durante il rapporto sessuale ecc.
Nei casi più gravi la persona arriva a perdere urina solo facendo movimenti bruschi e, nei casi davvero conclamati, anche variando la propria posizione da distesa, quando la pressione della gravità sulla vescica è al minimo. La perdita involontaria di urina è di solito contenuta, quantificabile in poche gocce, ed è subito percepita. Gli episodi di incontinenza non avvengono quasi mai di notte. Nelle forme non complicate, il normale ciclo svuotamento/riempimento è conservato, seppure la perdita involontaria sia più probabile a vescica piena e lo stimolo e la forza del mitto siano normali. Solitamente, anche come meccanismo di prevenzione delle perdite, la frequenza delle emissioni aumenta.
Questo tipo di incontinenza colpisce quasi esclusivamente il sesso femminile, sia per la diversa conformazione anatomica degli sfinteri sia perché più esposto a specifici fattori di rischio.incontinenza1Incontinenza da urgenza. Come fa intuire il nome, l’incontinenza da urgenza si manifesta con l’incapacità della persona a trattenere l’urina non appena percepisce lo stimolo minzionale. Tale stimolo è immediatamente imperioso e consente di protrarre l’eliminazione solo di pochi istanti; la quantità di urina emessa è considerevole, di solito portando fino al completo e incontrollato svuotamento della vescica. Le perdite avvengono indifferentemente sia di giorno che di notte.
Solitamente chi soffre di questo tipo di incontinenza ha frequenti emissioni volontarie di urina, anche durante la notte. Un  fattore solitamente correlato a questo tipo di incontinenza è una lunga storia di infezioni urinarie (cistiti e uretriti), che possono permanere in forma subcronica, talora favorite dal ristagno vescicale dovuto a patologie concomitanti.
Il detrusore può essere stimolato anche da strutture paravescicali interne al bacino pelvico che ne influenzano la funzionalità con la loro massa, ad esempio fibromi uterini o stasi di feci in ampolla rettale.
Infine questo tipo di incontinenza è quello più sensibile agli effetti di sostanze esterne eccitanti o irritanti per il sistema nervoso, quali fumo (nicotina), caffè (caffeina), Coca Cola e alcool. Allo stesso modo l’assunzione orale di liquidi favorisce l’imprevedibilità dello stimolo quando è disordinata nel tempo e nelle quantità oppure è cronicamente ridotta rispetto alle necessità; in quest’ultimo caso, la stessa alta concentrazione di soluti nelle urine può avere effetti scatenanti sullo stimolo minzionale.

Incontinenza da sovra riempimento (goccia a goccia). Questo tipo di incontinenza è conseguente a una ritenzione cronica di urina causata essenzialmente da due motivi: un’ostruzione alla fuoriuscita di liquidi per cause meccaniche o neuromuscolari oppure un’incapacità del detrusore di contrarsi efficacemente (o anche la combinazione delle due cause). Le perdite involontarie sono in quantità limitata ma frequenti sia di giorno che di notte; talora le urine possono arrivare a fluire quasi in modo continuo sotto forma di gocciolamento.
Il motivo più frequente di ostruzione è l’ipertrofia prostatica benigna, per cui il sesso maggiormente interessato è quello maschile; tuttavia anche le donne possono soffrirne in caso di prolasso vescicale, talvolta conseguente a gravidanza, se la discesa ha provocato una piega uretrale.
Altri motivi di incontinenza da sovrariempimento sono le riduzioni del lume uretrale a seguito di cicatrizzazione post-infiammatoria o da traumatismo, anche chirurgico, le patologie tumorali, le prostatiti e la dissinergia tra lo sfintere e il detrusore.
Quando la pressione intravescicale oltrepassa quella uretrale, avviene la perdita involontaria di poche gocce di urina, fino al ripristino dell’equilibrio. L’emissione di urina, quando intenzionale, avviene a bassa pressione, talora paragonabile ad un gocciolamento, in tempi dilati e con interruzioni: tipicamente l’individuo attua diversi tentativi prima di riuscire a urinare poiché la percezione dello stimolo precede di molto il raggiungimento di una pressione intravescicale sufficiente all’eliminazione e, dopo la minzione, ha ancora l’impressione di pienezza vescicale.

uroginecologiaIncontinenza funzionale. Questo tipo di incontinenza non riconosce cause riconducibili solo all’apparato urinario bensì a motivi esterni più generali ed è ampiamente conosciuta in ambito geriatrico.
Il sistema di controllo delle minzioni è potenzialmente integro, ma l’individuo non è ugualmente in grado di trattenere le urine. I deficit che portano a incontinenza funzionale sono fondamentalmente l’alterazione della mobilità e della coscienza.

Incontinenza riflessa,  appartiene solo a specifiche situazioni patologiche che interrompono la trasmissione dello stimolo nervoso attraverso il canale midollare tra l’encefalo e l’asse vescica-sfinteri. La condizione scatenante più tipica è il trauma vertebrale complicato da lesioni del midollo spinale, ma può accadere anche in altre gravi patologie a compromissione neurologica come la sclerosi a placche, la neuropatia diabetica, l’ictus cerebrale, i tumori spinali ecc. In pratica la persona non percepisce e non controlla più lo stimolo minzionale, ma viene conservato solo più l’arco riflesso che può regolare autonomamente il ciclo svuotamento/riempimento della vescica.
 
Incontinenza mista. Spesso l’incontinenza cronica non ha un quadro patologico ben delineato, ma associa manifestazioni che depongono per l’uno o per l’altro tipo. D’altra parte i fattori di rischio e i meccanismi patogenetici sono spesso comuni.
La compresenza di forme diverse è chiamata incontinenza mista e il caso più tipico associa l’incontinenza da urgenza con quella da sforzo. Sintomaticamente i sistemi muscolari vescico-sfinteriali non sono più in grado di sostenere aumenti pressori intraddominali repentini e nemmeno i forti stimoli minzionali di cui soffre l’assistito.
Un altro possibile e logico aggravio dell’incontinenza avviene quando lo stimolo minzionale è imperioso e si associa a difficoltà di movimento. In questo caso, le due situazioni rendono sfumato il confine preciso tra l’incontinenza da urgenza e quella funzionale.
Infine, un tipo di incontinenza può essere seguito da un altro come tipicamente avviene per un’incontinenza da sovrariempimento causata da una neoplasia prostatica che, dopo un intervento chirurgico radicale, può virare verso forme legate all’instabilità detrusoriale oppure al danno iatrogeno dello sfintere distale.
In Italia si stima che l’incontinenza urinaria di tipo misto rappresenti la maggioranza dei casi cioè tra il 55% e l’83%, mentre l’incontinenza da stress pura tra il 4,6% ed il 16,6 % dei casi (38).

Potenziali fattori di rischio

Oltre al sesso e all’età, vi sono altre variabili che rappresentano dei probabili o addirittura sicuri fattori di rischio che sono:

  • Parità e gravidanza: la prevalenza dell’incontinenza urinaria varia durante la gravidanza dal 31% al 46% e talora fino al 60% e sarebbe correlata al numero dei parti. Il danno da parto è stato ritenuto il fattore eziologico principale delle alterazioni del supporto pelvico e dell’incontinenza da sforzo.
  • Menopausa: numerosi studi hanno dimostrato che dopo la menopausa vengono frequentemente lamentati disturbi genito-urinari (secchezza vaginale, dispareunia, pollachiuria, urgenza minzionale, disuria e incontinenza urinaria). La lunghezza funzionale dell’uretra si riduce probabilmente a causa della mancanza di estrogeni e, insieme alla ridotta vascolarizzazione uretrale, alla scarsa efficienza della muscolatura liscia e scheletrica, comporta una bassa pressione uretrale a riposo e un’insufficiente risposta allo sforzo.
  • Isterectomia: gli studi relativi alla correlazione tra isterectomia sono contradditori. Tuttavia uno studio ha rilevato che la frequenza delle perdite urinarie è significativamente più alta nelle donne sottoposte a isterectomia.
  • Fumo, bibite gassate, caffè e the: gli studi riguardanti tali fattori di rischio sono discordanti, comunque due studi del 2003 hanno dimostrato che il fumo è associato ad incontinenza urinaria quando il numero di sigarette è elevato (più di 20 sigarette al dì) soprattutto a causa della tosse che provoca danno anatomico allo sfintere uretrale; i bevitori di bibite gassate, the e caffè hanno una probabilità più elevata di andare incontro ad incontinenza urinaria.
  • Stipsi: il basso consumo di fibre è risultato essere una delle cause di stipsi cronica e sforzo dell’intestino, con conseguente alterazione della funzione del pavimento pelvico.
  • Obesità: l’associazione tra aumento dell’Indice di Massa Corporea (BMI) e l’incontinenza urinaria è forte poiché espone il pavimento pelvico ad incrementare la pressione intra addominale e intra vescicale che può imporre uno stiramento cronico sul nervo pudendo, conducendo così un danno al nervo e la disfunzione del pavimento pelvico. L’obesità risulta inoltre correlata con l’età, la parità e precedenti interventi per l’incontinenza urinaria.
  • Attività fisica: il tipo e l’intensità delle attività fisiche può dare inizio o esacerbare un’incontinenza da stress nelle donne.    N.N A&V

 

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L’incontinenza urinaria nell’Anziano. Un mito da sfatare, un problema da affrontare

L’incontinenza urinaria, in particolare nelle forme collegate a rilassamento muscolare del distretto pelvico, costituisce un sicuro motivo di interesse nell’assistenza per tutta una serie di ragioni, tra le quali la multidimensionalità degli effetti negativi per i soggetti che ne sono affetti, la buona risposta terapeutica ed approcci comportamentali non invasivi e il possibile protagonismo del paziente nella sua cura.
L’interesse scientifico nei confronti dell’incontinenza urinaria, che ha portato all’individuazione di diverse diagnosi e dei relativi trattamenti, è abbastanza recente, mentre un tempo si etichettava il problema in modo generico e gli interventi erano centrati solo sul controllo e il contenimento degli effetti sgradevoli delle perdite (il bagnarsi, l’odore, la macerazione cutanea ecc.). Dobbiamo sempre avere ben chiaro a mente che l’obiettivo di un invecchiamento sano non è solo estendere la durata della vita, ma migliorarne la qualità. Se l’anziano verrà trattato con dignità e incoraggiato a prendere decisioni e a mantenere la sua autonomia, la qualità della sua vita migliorerà.
La preoccupazione principale, sia da parte di chi ne soffre sia da parte di noi operatori, è quella di arginare le perdite, senza investigare per comprendere se vi sia la possibilità di interventi volti a ridurre gli episodi di incontinenza. Questa scelta spesso è una via senza ritorno e, se risulta essere un sistema rapido di soluzione dell’evento, è pur vero che agendo così non si affronta il problema, non si esercita nessuna azione critica sul perché avviene e non si ha quindi nessuna possibilità di prevenire l’insorgenza di nuovi episodi; si pongono invece i presupposti di una cronicizzazione del difetto. La persona passa da un’incontinenza saltuaria, dovuta allo stress della malattia, ad un’incontinenza cronica e ad uno stato generale di regressione e rassegnazione che incoraggia il suo isolamento.
L’incontinenza urinaria nell’anziano è un buon campo di prova dove assumere precise responsabilità inerenti a tutto il processo di assistenza, spesso senza dover acquisire nuove competenze, ma solo riorganizzando e ampliando quelle già possedute.
Il nuovo approccio all’incontinenza punta alla guarigione (cioè al recupero della continenza) con interventi che hanno dimostrato la loro efficacia tramite studi scientifici e interventi integrati di più professionisti (in particolar modo infermieri, medici, ostetriche e fisioterapisti). Prima di agire bisogna avere ben presenti quali sono le reali necessità dell’anziano, quali i suoi deficit e quali le sue funzioni residue.
L’incontinenza urinaria è una disfunzione che costituisce motivo di disagio psicofisico e sociale in numerose persone, in particolare donne post-menopausa, ma che tuttavia è presente anche nei maschi, specialmente se fumatori, obesi o affetti da una varietà di altre patologie.Incontinenza
L’incontinenza urinaria, in particolare nelle forme collegate a rilassamento muscolare del distretto pelvico, costituisce un sicuro motivo di interesse per l’assistenza per  tutta una serie di ragioni, tra le quali la multidimensionalità degli effetti negativi per i soggetti che ne sono affetti, la buona risposta terapeutica ed approcci comportamentali non invasivi e il possibile protagonismo del paziente nella sua cura.
Questi tre elementi costituiscono infatti le condizioni tipiche per la messa in atto di interventi di assistenza volti allo sviluppo di autocura quale insieme di capacità del paziente di gestire la propria disfunzione al fine di mantenere elevata la qualità di vita e l’indipendenza dai servizi di cura.
Nel caso di alcuni tipi di incontinenza infatti, l’autocura riabilitativa consiste nello sviluppo di capacità contrattili della muscolatura pelvica, dello sfintere o di coordinamento complessivamente più efficace di tali strutture.
Molti studi hanno dimostrato che la recuperabilità del controllo urinario con approcci comportamentali è elevata, a basso costo e fattibile anche con tecnologie povere o inesistenti.
Il feedback, la persistenza nell’impegno e la corretta attuazione degli esercizi muscolari sono risultati infatti i principali fattori determinanti il recupero funzionale.
L’assistenza appropriata al paziente con incontinenza urinaria deve quindi necessariamente includere la possibilità riabilitativa. Ne consegue che l’infermiere deve essere competente nella patofisiologia dell’apparato di controllo e in metodiche di trattamento riabilitativo se vuole essere quel professionista del nursing che il suo profilo e la società stessa richiedono.
 
L’incontinenza urinaria e l’anziano
Con il passare degli anni aumenta la probabilità di sviluppare malattie croniche a carico di diversi organi ed apparati. Il fatto che gli effetti dei processi patologici tendano a sommarsi nel tempo (comorbilità) porta ad una progressiva complicazione dei nessi causali che dal processo patologico conducono alla disabilità. L’incontinenza urinaria è una delle grandi sindromi geriatriche: la sua prevalenza tra gli anziani che vivono a domicilio è del 20%, sale al 30% tra i ricoverati nei reparti per acuti ed al 50-60% tra i residenti nelle istituzioni. Nella popolazione femminile la prevalenza dell’incontinenza urinaria è pari al 20-30% nella fascia giovanile, al 30-40% nella fascia di mezza età e al 30-50% nella categoria degli anziani). Purtroppo per molte donne, ammettere di avere questo disturbo è ancora un tabù: solo il 20% delle donne con incontinenza urinaria chiede aiuto al proprio medico, preferendo chiudersi in casa e limitarsi in ogni attività.
Nella popolazione di età superiore ai 60 anni, il sesso femminile ha una probabilità di essere incontinente doppia rispetto al sesso maschile e la maggior parte degli studi dimostra che la prevalenza aumenta con l’avanzare dell’età.
Spesso inoltre si rende necessario l’uso di pannoloni assorbenti, che, come viene enfatizzato dalla pubblicità, trattengono ogni perdita, ma soprattutto diventano una comoda copertura per non affrontare più il problema. Accade cioè che un anziano che presenta un’incontinenza iniziale, se protetto da un panno assorbente, possa progressivamente peggiorare, in quanto, non avendo più timore di essere sgridato perché si bagna o perché provoca cattivi odori, si sente autorizzato a non controllarsi neppure nei momenti in cui sarebbe in grado di avvertire lo stimolo. Questo fatto spesso è addirittura favorito, in buona fede, dalle persone che lo assistono, che lo rassicurano o che lo confortano, considerando che costa meno tempo e meno fatica cambiare un pannolone in più piuttosto che dover accompagnare più volte il paziente al bagno e affrontare realmente il problema. Dal momento in cui viene indossato un pannolone, l’autorizzazione a bagnarsi diventa un pericolo nei casi in cui la persona anziana, che inizia ad avere incontinenze episodiche, possa ancora essere aiutata a controllarsi. È a questo livello che si innesta l’opera di ri-condizionamento e di rieducazione funzionale della capacità di controllo vescicale, partendo dall’assunto che l’anziano, per godere di una soddisfacente qualità di vita, deve mantenere il più a lungo possibile il maggior numero di funzioni integre.urgenza
Dunque  l’incontinenza urinaria, oltre ad essere causata da alterazioni del basso tratto urinario, è causata anche dalla comorbilità extra-urologica, dalla disabilità (motoria e cognitiva) del paziente e da fattori estrinseci di natura ambientale o iatrogena (presenza di barriere architettoniche, indisponibilità dei caregivers capaci e motivati, cattiva gestione farmacologica e assistenziale). Con l’invecchiamento i fattori extra-urologici e quelli estrinseci assumono un rilievo crescente fino a diventare predominanti nel soggetto fragile o dipendente.
L’International Continence Society (ICS) ha definito l’incontinenza urinaria come condizione in cui la perdita involontaria di urina costituisce un problema igienico – sociale ed è oggettivamente dimostrabile; è anche definibile come l’emissione involontaria di urina in luoghi e tempi inappropriati. Sempre in accordo con l’ICS, l’incontinenza urinaria è:
–       un segno (è un reperto obiettivo che presuppone una patologia che l’ha causata);
–       un sintomo (che viene riferito dal paziente, talvolta in associazione ad altri sintomi);
–       una condizione (rappresenta un disagio sociale per chi ne soffre).      N.N A&V

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