Categoria: Tempo libero

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Come si vedono e come sono visti gli anziani dai media?

Sono tanti, in buona forma, vitali e si dedicano agli altri: un patrimonio di competenza ed esperienza al servizio della collettività. In contrapposizione a ciò in certe circostanze la figura dell’anziano sta diventando sempre meno un punto di riferimento, come era nelle società del passato, e, spesso, tale categoria sociale sembra essere relegata ai margini della società. I media tendono a privilegiare immagini di giovinezza, bellezza, efficienza e produttività, fino a renderle quasi un culto. Quando si pensa all’anzianità o alla vecchiaia, l’immagine che sovviene alla mente è generalmente quella di un uomo o di una donna non più tanto impegnati a livello sociale, tristi, spesso soli, per lo più a casa e poco attivi, a causa di problemi fisici dovuti allo scorrere degli anni. Ma qualcosa sta cambiando, l’anziano è rappresentato in modo più positivo nelle pubblicità televisive e un po’ più stereotipato in quelle presenti nei giornali; nonostante ciò, anche in quest’ultimo supporto sono state rilevate molte caratteristiche favorevoli. In entrambi i mezzi di comunicazione, infatti, la classe dei senior è attiva e connotata da emozioni positive e l’immagine generale che ne deriva potrebbe essere indice del fatto che, in realtà, l’atteggiamento della società stia mutando nei confronti dell’anzianità. Nonostante ciò, gli stereotipi e i pregiudizi riguardo all’invecchiamento permangono, anche se più tenui. Diventa però rilevante che, vedere un over 65 condurre una vita attiva non costituisce più motivo di profondo stupore, come succedeva fino a qualche anno fa, ma inizia ad entrare di diritto nella rappresentazione sociale dell’anziano. Tra poco più di un anno, nel 2015, il numero della popolazione over 65 anni coinciderà in pieno con quello della popolazione giovane, tra 15 e 34 anni, pari a circa 12 milioni e mezzo di persone.

 “Tra gli aspetti che oggi caratterizzano gli stili di vita degli anziani e che contribuiscono al miglioramento delle loro condizioni di salute c’è la cura di se stessi e l’attenzione alla propria condizione psico-fisica, un’attenzione che si esprime in una serie di scelte e comportamenti nella vita quotidiana. Rispetto al 2002 sono raddoppiati gli anziani che si tengono in forma camminando o facendo attività sportiva all’aperto (praticata dal 53,9%), che prestano attenzione alla qualità biologica del cibo (31,5%) e alla salubrità della dieta quotidiana (23,2%). Circa un terzo degli anziani (30,3%) cerca di trascorrere brevi periodi di vacanza nel corso dell’anno, oltre a quelli legati alla pausa estiva. Il 14,3% frequenta abitualmente palestre e piscine. Il 9,7% si concede almeno una volta all’anno le cure termali. Il 4,4% si sottopone abitualmente a cure estetiche, con sedute di abbronzatura, massaggi per il corpo e per il viso.” (http://www.censis.it/7?shadow_comunicato_stampa=120933 data ultima consultazione 8/5/2014)

Gli anziani risultano essere molto impegnati nel volontariato, diventando un pilastro dell’altruismo sociale. Anche l’occupazione sta avendo un andamento in controtendenza, è crollato il numero dei giovani occupati mentre è aumentato quello dei lavoratori con più di 55 anni (fonte Censis 2013).

Anziani e Media

Immagine tratta dal web. Ogni diritto appartiene al legittimo proprietario

Nel complesso, l’anziano è rappresentato in modo più positivo nelle pubblicità televisive e un po’ più stereotipato in quelle presenti nei giornali; nonostante ciò, anche in quest’ultimo supporto sono state rilevate molte caratteristiche favorevoli. In entrambi i mezzi di comunicazione, infatti, la classe dei senior è attiva e connotata da emozioni positive e l’immagine generale che ne deriva potrebbe essere indice del fatto che, in realtà, l’atteggiamento della società stia mutando nei confronti dell’anzianità. Bisogna considerare che nonostante tutto, alcuni stereotipi e pregiudizi riguardo all’invecchiamento permangono, anche se più tenui, in molti casi la vecchiaia viene ancora connotata come una fase della vita negativa. Nell’anziano la riduzione fisiologica di molte funzioni, la perdita di un ruolo sociale e/o professionale, l’approssimarsi della morte propria o dei congiunti dispongono verso una valutazione negativa di sé. In particolare, il sentimento di inferiorità, generato dal graduale decadimento e dalla accresciuta necessità di assistenza, può condurre ad una valutazione sovrastimata della meta finale funzionale. Quanto più l’anziano si percepisce come inattivo e debole, tanto più finirà per rinunciare al perseguimento della meta ritenuta come troppo elevata. L’esito sarà un progressivo ripiegamento su se stesso e isolamento; al contrario, una buona immagine di sé, rassicurante ed equilibrata, può favorire l’interazione con l’ambiente e la progettualità. Diventa però rilevante che, vedere un over 65 condurre una vita attiva non costituisce più motivo di profondo stupore, come succedeva fino a qualche anno fa, ma inizia ad entrare di diritto nella rappresentazione sociale dell’anziano. L’attività fisica, oltre a determinare evidenti benefici psicomotori e funzionali, è considerata uno strumento efficace nell’influenzare positivamente l’immagine di sé. Wiswell ritiene che il soggetto anziano, divenuto più attivo, migliori l’autostima e modifichi l’immagine del proprio corpo, con benefici rilevanti per le attività della vita di relazione.

uominiedonneover0001Anziani e TV

Anche per quanto riguarda le trasmissioni televisive ci sono alcuni movimenti che rendono la figura dell’anziano protagonista. E’ il caso di “uomini e donne” senior dove l’attenzione viene posta ai sentimenti amorosi che ancora animano le persone over 60. Altra trasmissione è “Vecchi Bastardi”, forse un po’ irriverente dove ad “essere disturbatori ” sono gli anziani e non i giovani.
Prendete un gruppo di “vecchietti” e fateli girare per la città a prendere di mira giovani baldanzosi con scherzi imprevedibili. Cosa otteniamo? Situazioni improbabili e risate assicurate! Non solo, anche chi si presta agli scherzi vive con ironia e divertimento le circostanze che si creano.
Insomma la vecchiaia non è una malattia, ma una fase della vita, che se vissuta in salute e con ottimismo può ancora trasmettere molte emozioni e sensazioni positive.
Dunque non resta che augurarvi, buon divertimento. N.N. A&V

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Anziani VS Giovani: com’è cambiato il mondo di Facebook

Dieci anni fa nasceva Facebook, di sicuro il più frequentato e diffuso tra i social network. Stiamo parlando di un lasso di tempo importante, soprattutto se si pensa che è riferito ad un prodotto tecnologico, che si muove quindi in un campo costantemente sottoposto alle logiche dell’innovazione e della continua ricerca del nuovo.
Malgrado Facebook continui a riscuotere ancora successo, alcuni studi  stanno mettendo in evidenza come  i giovani lo stiano lentamente abbandonando, sempre più orientati verso altri strumenti come Instagram o Twitter.  Per alcuni ricercatori presto ci sarà la fuga da Facebook.  “In uno studio dell’Università di Princeton, l’esodo dal social network fondato da Mark Zuckerberg prenderà il via già quest’anno, per raggiungere proporzioni enormi da qui al 2017, quando l’80% degli utenti abbandoneranno il loro profilo” ( Lorenzo Rossi Doria – Huffington Post 2014).
Un altro studio condotto da John Cannarella e Joshua A. Spechler ( 01/2014) del Dipartimento di Ingegneria meccanica e aerospaziale dell’Università di Princeton sostiene che” il fenomeno Facebook vada equiparato a una malattia: si diffonde rapidamente, ottiene un picco significativo di “infetti” e poi rapidamente si ritira”. La cura, secondo i ricercatori, è vicina: “il contatto tra un “malato” con un non malato farà progressivamente perdere interesse al primo nei confronti del social network. La progressione del minore interesse per Facebook sarebbe poi esponenziale”.
Facebook dunque, secondo le stime, dovrebbe subire un crollo del 20% del numero dei suoi utenti già nel 2014. L’esodo raggiungerebbe proporzioni ancora maggiori tra il 2015 e il 2017, con un’emorragia fino all’80%.
Ma c’è un mercato nuovo che si sta aprendo ed è quello riferito agli anziani, una fetta di popolazione per tradizione poco avvezza all’uso del pc e della rete ma che si sta “digitalizzando” a vista d’occhio.
Facebook non è soltanto un social network per ragazzini o giovani pronti a condividere sensazioni e momenti di vita. Secondo la Associazione Italiana di Psicogeriatria il network è sempre di più popolato da capelli bianchi, da utenti non più giovanissimi che sulla creazione di Mark Zuckerberg hanno scoperto un motivo per accedere al Web e per socializzare. Con effetti, peraltro, del tutto positivi per la psiche e la salute.
Spiega l’associazione sul proprio sito ufficiale in occasione dell’undicesimo congresso nazionale AIP Facebook (2011 che il web è stato al centro dell’attenzione proprio per questo motivo: perché è uno stimolo, perché è un modo per puntellare la memoria, perché è un elemento in grado di annullare la solitudine grazie alle soddisfazioni che un’esperienza di social è in grado di offrire.facebook
Come riportato dall’AIP, “uno studio condotto in due residenze sanitarie assistite italiane, in provincia di Cremona e di Brescia, ha dimostrato che collegarsi quotidianamente a Facebook per un’ora ha un effetto benefico sulla memoria, la conserva attiva perché stimolata e migliora l’umore dei navigatori della rete dai capelli bianchi”.
I dati parlano di oltre un milione e mezzo di “over 65″ che è oggi su Facebook, ma a questi  il numero andrebbe esteso ulteriormente comprendendo tutti coloro i quali utilizzano Skype ed altri sistemi di comunicazione per rimanere vicini ad amici e parenti. “Negli ultimi anni il numero di anziani che si sono avvicinati al web è cresciuto dell’80%”, spiega il presidente AIP Prof. Marco Trabucchi: I dati mostrano che gli anziani rappresentano la fascia di utenti di internet cresciuta di più; basti pensare che oggi gli iscritti a social network come Facebook o MySpace con oltre 65 anni sono circa l’8% del totale”.
La crescita improvvisa della popolazione anziana sui social network è un elemento semplice da spiegare: soprattutto in Italia, ove l’alfabetizzazione informatica è ancora a bassi livelli rispetto alla media europea, le generazioni meno giovani hanno conosciuto e capito Facebook in ritardo, ma ora stanno arrivando sul network con un’ondata tardiva che si fa sempre più avvertire. In questa strana dinamica sono i nipoti ad insegnare ai nonni come usare un “mi piace” o un “condividi”, a spiegare cosa possa essere una “richiesta di parentela” o ad insegnare come impostare al meglio le opzioni per la privacy.
E tutto ciò, conclude il presidente AIP, non può che apportare un importante contributo per una terza età più attiva e serena: “l’uso della rete riduce i sintomi di ansia, stress e depressione ed è un valido aiuto nel creare “reti di supporto” per gli anziani con disabilità che avrebbero altrimenti relazioni sociali molto limitate; il mondo virtuale è per loro un’occasione di condivisione, di trasmissione, di scambio e di aggiornamento, un mezzo per interagire con gli altri ed essere maggiormente autonomi”.
Con la Rete ci si può sentire vivi e partecipi, soprattutto quando nella realtà i limiti dell’età si rendono manifesti e vincolanti: Internet può essere un paese per vecchi.
Facebook risulta essere facile da usare, è intuitivo e favorisce una discussione ampia e meno frammentata rispetto ad altre piattaforme, cosa assai importante per persone a cui in genere piace discutere e farlo a lungo.  È interessante sottolineare però l’uso che gli anziani e i pensionati fanno di questo strumento. Elevato oramai a vero e proprio luogo della socialità e dell’attivismo politico, fonte d’informazione e veicolo per lo scambio di idee ed esperienze.
images14LA7RCMFacebook può essere anche lo strumento con cui tenere viva la memoria del tempo passato, con cui non disperdere i ricordi ma rilanciarli e magari trasmetterli a chi è più giovane. Ed è anche per questo che piace anche a chi ha i capelli grigi.
Un’anziana navigatrice tempo fa ci ha scritto: “Per me andare su Facebook è un trionfo perché ho scoperto cose bellissime che non sapevo esistessero. Grazie alle tecnologie mi sento più forte. Ora ogni giorno imparo qualcosa in più, ho fatto solo la quinta elementare“. Ecco, l’importanza dei social network e della rete, per chi è in là con l’età, sta tutta racchiusa in queste frasi.
Il 4 febbraio si sono festeggiati i dieci anni esatti da quel primo clic, oggi lo possiamo dire senza timore di passare per esagerati: noi siamo diventati (anche) Facebook e Facebook è diventato un pezzetto della vita quotidiana di molti di noi (non tutti, certo: un miliardo e 230 milioni, un essere umano su cinque).
Ma il vero cambiamento è un altro. È un qualcosa di più profondo. Il social network inventato da un teenager in crisi amorosa, è diventato indispensabile per i nonni. Sì, i nonni. Le generalizzazioni sono sempre sbagliate ma ha molto senso dire che oggi più che un luogo dove rimorchiare la compagna di banco, Facebook è uno strumento utilissimo per combattere la solitudine della terza età e in qualche misura lo dicono anche i dati.
Ma non c’è una fuga dei giovani da Facebook. C’è al contrario un innamoramento degli “anziani”. È un fenomeno mondiale ma la cosa è ancora più evidente in Italia che non a caso è considerato uno dei paesi con la popolazione più anziana del mondo. Ebbene, secondo i dati dell’osservatorio del blogger Vincenzo Cosenza, nel 2008, quando c’erano un milione di utenti italiani, il 40 per cento aveva meno di 24 anni.
Oggi che gli utenti sono 26 milioni quella percentuale è scesa al 29 per cento e la fascia di età più rappresentata è quella tra 36 e 45 anni (21 per cento). Ma il dato più interessante è un altro: nello stesso periodo gli over 60 sono passati da 12 mila a due milioni 236 mila. Insomma, nella fascia di età in cui gli italiani di solito non usano la rete, più di due milioni di persone hanno “scoperto” il web grazie a Facebook che quindi ha involontariamente svolto un lavoro incredibilmente utile nel combattere l’analfabetismo digitale.                      M.S A&V

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Quando la povertà diventa un gioco. La ludopatia

Si chiama ludopatia o gioco d’azzardo patologico ed  è un disturbo del comportamento che, stando alla classificazione del DSM-IV (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, IV edizione), rientra nella categoria diagnostica dei Disturbi del controllo degli impulsi. Ha una forte attinenza con la dipendenza, tanto che nel DSM 5 verrà inquadrato nella categoria delle cosiddette “dipendenze comportamentali“. Il giocatore patologico mostra una crescente dipendenza nei confronti del gioco d’azzardo, aumentando la frequenza delle giocate, il tempo passato a giocare, la somma spesa nell’apparente tentativo di recuperare le perdite, investendo più delle proprie possibilità economiche (facendosi prestare i soldi) e trascurando gli impegni che la vita gli richiede.  Gli studi condotti in questi ultimi anni evidenziano un fenomeno apparentemente contro intuitivo: il gioco d’azzardo, nelle sue forme sane e patologiche (ludopatia), sarebbe in progressivo aumento tra gli anziani, non sono solo giovani e giovanissimi quindi a rappresentare i clienti ideali di bar e sale giochi. Il fenomeno sembrerebbe legato a fattori economici e sociali (povertà, isolamento sociale). Sono 12 milioni di over 65 in Italia e la fascia compresa tra i 65 e 75 anni è maggiormente esposta ai rischi legati al gioco problematico. Sono circa 7.000.000 i pensionati attivi e di questi il 23,7% è interessato al gioco, quasi uno su quattro. E’ la fotografia resa nota da Fipac Confesercenti con il dossier “Ludopatia ai tempi della crisi”. “Secondo le loro stime  1.700.000 anziani sono giocatori, di questi però bisogna distinguere tra giocatori problematici e patologici. I primi, rappresentano circa 1.200.000 della popolazione anziana giocatrice, mentre i casi di giocatori (anziani) patologici sono circa 500 mila”. Complessivamente – si legge ancora nel dossier – gli anziani giocano 5,5 miliardi di euro, circa 3200 euro l’anno e 266 euro al mese. Questo dato medio oscilla tra i 100 euro spesi dai giocatori anziani non patologici ai 400 di chi può essere considerato “malato”. “Se a questo dato rapportiamo le ultime modifiche contenute nella Legge di stabilità del Governo in materia pensionistica, ci rendiamo conto che l’impoverimento deiimagesCAU2E22H pensionati è ancora in crescita”.  Sarà la paura di arrivare alla fine del mese, tra il governo che congela la rivalutazione delle pensioni e i prezzi al supermercato che schizzano. Oppure è semplicemente il tentativo di sentirsi giovani. Fatto sta che ogni anno che passa, in questi momenti di crisi, cresce il numero degli anziani che vogliono migliorare le loro condizioni economiche affollando le sale da gioco.  A leggere con attenzione i dati forniti dalla Federazione degli esercenti chiamati a intercettare la domanda degli anziani, c’è da aver molta paura. Infatti, la fascia a maggior rischio ludopatia è quella compresa tra i 65 e i 75 anni. In totale si tratta di 7milioni di pensionati attivi, di questi il 23,7 per cento è direttamente interessato dal fenomeno del gioco.  Un nuovo studio condotto da ricercatori australiani contraddice il pensiero comune secondo cui, a cadere nel vortice dell’azzardo, sarebbero più esposte le persone più giovani. Secondo i risultati dello studio, infatti, l’incidenza del gioco d’azzardo compulsivo sembra essere direttamente proporzionale con l’età: più gli anni aumentano, più probabile diventa il rischio di cadere nella ludopatia. Stando alla ricerca dell’University off Queensland, l’invecchiamento può causare un minor self-control negli anziani, dando origine a potenziali problemi di gioco.  L’Italia conta per il 22% del mercato globale del gioco d’azzardo di cui lo Stato incassa solo il 10%. “Solo nel 2012 gli italiani hanno investito 15 miliardi e 406 milioni di euro nel settore.  La pensione media in Italia è di 1000 euro al mese se si includono i dipendenti pubblici altrimenti arriva a 791 e 589 per le donne. Per queste persone il gioco rappresenta la speranza di migliorare le proprie condizioni economiche ed è un momento di adrenalina e spesso anche socializzazione. Il gioco d’azzardo non è solo un problema sociale ma anche un nuovo fronte della criminalità organizzata per cui si stima che arrivino a 4 miliardi di euro i soldi che girano nel gioco illegale. Anche per quanto riguarda le scommesse online, l’Italia è in cima alle classifiche europee con una spesa di 15.406.000.000, Francia 9.408.000.000, Inghilterra 3.000.000.000, Spagna 2.354.000.000. La Fipac denuncia la doppia faccia dello Stato che se, da un lato, riconosce la gravità della ludopatia, dall’altro, la considera una sorta di “ammortizzatore sociale“. Propone quindi di “formare il personale delle strutture commerciali, dare incentivi agli esercizi commerciali che riducono la presenza delle macchinette, denunciare pubblicità ingannevoli, esporre nei negozi i rischi di dipendenza. Le Asl d’accordo con i Comuni potrebbero organizzare corsi di formazione finalizzati alla prevenzione”. La federazione si ripromette di istituire degli sportelli con un’equipe specializzata nelle principali sedi dell’organizzazione, pronta a rispondere alle richieste di aiuto. M.S A&V

Due cose mantengono vive le creature: il letto e il giuoco; peroché l’uno è refrigerio de le fatiche e l’altro ricreazione de i fastidi.
Pietro Aretino, Dialogo delle carte parlanti, 1543

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Gli anziani sempre più a rischio di povertà

Gli anziani italiani sono sempre più poveri e a rischio povertà, ignorati, umiliati e bistrattati dalla sanità, penalizzati dalle pensioni e tartassati dallo Stato. Gli anziani italiani continuano ad essere, ancora di più e malgrado tutto in tempo di crisi, la colonna portante delle loro famiglie aiutando economicamente i propri figli e nipoti, contribuendo alla loro economia domestica, versando circa 4 miliardi di euro l’anno complessivamente; i dati dell’Istat, pur fotografando uno scenario drammatico, dicono che l’unico segnale di miglioramento si osserva in termini relativi per le persone anziane sole (l’incidenza passa dal 10,1% all’8,6%), probabilmente perché hanno un reddito da pensione, per gli importi più bassi adeguato alla dinamica inflazionistica.
Un contributo che i nostri anziani non sono più in grado di pagare: solo una minima percentuale di essi riesce a vivere decorosamente con la propria pensione e per molti di loro curarsi ed acquistare le medicine è diventato un lusso.anziana[14]_Public_Notizie_270_470_3
Mangiano poco e male, più di 400 calorie giornaliere mancano all’appello e aumenta il rischio di ricovero legato alla malnutrizione. Questi i risultati principali dell’indagine sul rapporto tra cibo e anziani realizzata nel 2011 dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) di Padova. Dal vasto studio denominato “Nutrage” emerge chiaramente che gli over 65 italiani mangiano troppo poco e soprattutto male. Un dato impressionante se si pensa che la malnutrizione può aumentare del 25% la possibilità di ricovero in ospedale.
Un altro fattore impattante il mondo delle pensioni di vecchiaia, è l’accelerazione data all’aumento dell’età pensionabile, e soprattutto dell’agganciamento di quella femminile con quella maschile. Si tratta di un fenomeno in atto da molto tempo, che tuttavia con le ultime manovre ha ripreso slancio.
Questa tendenza, messa in atto, oltre che per diminuire la spesa, anche per rispondere alle istanze europee che da anni chiedono al nostro paese un adeguamento tra i sessi in materia di età pensionabile, rischia di portare con sé un aumento delle diseguaglianze tra i due sessi. Le donne, infatti, sono già enormemente penalizzate all’interno del mercato del lavoro, con salari mediamente inferiori, con un tasso di occupazione inferiore e con prospettive di carriera inferiori. Agganciare la loro età pensionabile a quella degli uomini, quindi, anziché un atto di uguaglianza tra i generi, rischia di divenire un ulteriore fattore discriminante.

È forse giunto il momento per lo Stato di prendere provvedimenti, i nostri anziani non possono più attendere. M.S A&V

 

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Gli esami non finiscono mai: l’Università della terza età

E’ proprio il caso di dire “gli esami non finiscono mai”, ma sono in molti coloro che dopo la pensione scelgono di tornare sui banchi di scuola per tenere la mente sveglia, per dare spazio ai propri hobby, per imparare sempre nuove cose. Le Università della Terza età sono nate alla metà degli anni Settanta con l’obiettivo di educare, formare, informare, fare prevenzione, promuovere la ricerca ed aprirsi al sociale.Oggi possiamo affermare che si tratta di un’offerta formativa per adulti, molto intensa e interessante, che aderisce alla realtà sociale del territorio in cui opera. Ci sono molteplici corsi e laboratori su argomenti specifici e si cerca sempre di coinvolgere gli “alunni” in attività pratiche. Per chi ha tempo libero e vuole restare in gioco, partendo dallo studio e dalla conoscenza, le Università per la Terza Età sono una ricca opportunità.  Le Università della terza età, riconosciute dalle Regioni, sono istituite e gestite da associazioni, istituzioni e fondazioni culturali, cooperative, Enti Locali e Università. Le finalità istituzionali sono promuovere e diffondere la cultura fra i cittadini; favorire l’inserimento degli anziani nella vita sociale e culturale della città in cui vivono. I corsi che si possono frequentare sono centinaia e variano dalle materie superclassiche come la storia dell’arte e l’archeologia, alle tecnologiche sessioni di informatica e Internet. Ci si può dedicare alla pratica dello yoga alle tecniche di fotografia, alla pittura, al canto. Ma per chi ha voglia di impegnarsi, le Università della terza età organizzano anche corsi di letteratura italiana, Dante e lettura della Divina Commedia, diritto, teoria musicale. E l’università per tutti non è solo un passatempo, i corsi in molti casi sono finalizzati al conseguimento di certificazioni ampiamente riconosciute, dal patentino informatico Ecdl alla Cils (certificazione dell’italiano come lingua straniera) fino alla Microsoft Business Certification. Spesso questi istituti mettono a disposizione dei loro iscritti anche un ampio contorno di attività culturali: conferenze, incontri, visite guidate, ma anche vere e proprie gite o viaggi di istruzione in Italia e all’estero. L’identikit dell’alunno che oggi frequenta le aule universitarie degli over 50 è questo: donna, età compresa fra i 50 e i 70 anni. Ovviamente questo non significa che le signore frequentino le università da sole. Anzi, spesso infatti sono molte le coppie sposate che, pur non condividendo gli stessi interessi, decidono comunque di andare insieme all’università e frequentano corsi differenti. Ogni Regione stabilisce dei criteri generali delle norme valide affinché una università venga riconosciuta dallo Stato e ottenga i contributi di legge. I principi istituzionali di riferimento sono contenuti negli articoli 42 e 49 del decreto del Presidente della Repubblica del 24 luglio 1977 nr. 616. Al di là quindi delle singole variabili e dei singoli casi, è possibile tracciare un panorama generale dei requisiti richiesti. Le università devono:

  • essere regolarmente costituite come associazioni, enti culturali, o strutture operative di enti culturali giuridicamente riconosciuti che operano nel settore;
  • svolgere una regolare attività, costituita da almeno sei corsi ed un totale annuo di 100 ore;
  • avere un corpo docente composto per almeno 2/3 da docenti laureati, professori universitari o di istituti medi o professionisti;
  • essere finanziariamente autonome;
  • avere una regolare struttura amministrativa;
  • aderire a una federazione o associazione di università della terza età a carattere nazionale.

A livello nazionale ci sono diverse organizzazioni che le rappresentano: tra queste Unitre e FederUni. Altrettanto presente sul territorio è la rete formativa organizzata dal sindacato. La Fnp, Federazione nazionale Pensionati della Cisl ha sedi dedicate all’istruzione per la Terza età attive in tutta Italia. Tutti possono frequentare i corsi dell’Università della Terza Età, di solito dietro il versamento la quota associativa annuale che ammonta a poche decine di euro. Ogni singolo corso, poi, ha un costo specifico, in funzione della durata e della materia. M.S. A&V

Difficile non è sapere una cosa, ma sapere far uso di ciò che si sa.   Han Fei

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