La malattia di Parkinson… ( prima parte )

La malattia di Parkinson fu descritta per la prima volta nel 1817 dal medico inglese James Parkinson come un “moto tremolante involontario, con forza muscolare ridotta, con propensione a piegare il tronco in avanti e a passare da un’andatura al passo alla corsa, senza alterazioni sensitive e dell’intelletto”. Oggi la conosciamo molto bene e costituisce una delle principali patologie neurodegenerative (M. Trabucchi).

Le cause del morbo di Parkinson dipendono da una degenerazione delle cellule cerebrali che producono la dopamina, una sostanza chimica importante per un controllo preciso dei movimenti. In chi è colpito dalla malattia, la mancanza di dopamina crea uno squilibrio all’interno dei centri nervosi che controllano i movimenti automatici.  L’età media di insorgenza è attorno ai 50-60 anni. Dal punto di vista anagrafico la fascia di età più rappresentata va dai 70 ai 74 anni di età. La malattia colpisce entrambi i sessi, con una lieve preminenza di quello maschile. La diagnosi di malattia di Parkinson si basa principalmente su criteri clinici.

La prima vista deve essere concentrata su un’accurata raccolta dell’anamnesi (età, familiarità, fattori di rischio, eventuali traumi cerebrali, assunzione di farmaci, ecc.).
E’ anche necessario eseguire un accurato esame neurologico, alla ricerca di segni extrapiramidali. La malattia di Parkinson inizia in modo insidioso, con una sintomatologia solitamente unilaterale o asimmetrica, che progressivamente può progredire fino ad una distribuzione generalizzata. Nel 60% dei casi il sintomo iniziale è il tremore; si manifesta a riposo, si riduce o scompare durante il movimento volontario, ad esempio nel sollevare un bicchiere per bere. Il tremore esordisce tipicamente nelle porzioni distali degli arti superiori, in particolare alla mano. Esso solitamente si diffonde ad altre parti del corpo, con un tempo variabile, interessando via via l’altra mano, il volto e gli arti inferiori. Le palpebre socchiuse tendono ad ammiccare in modo ritmico, così come la lingua, quando vien protrusa. Il tremore si può anche manifestare alla mandibola e alle labbra con un movimento verticale di su e giù e al piede con un movimento di flesso-estensione. Il tremore del capo non è frequente nella malattia di Parkinson ed è, anzi, più caratteristico del tremore senile, detto anche essenziale. E’ anche importante ricordare che il tremore risente pesantemente delle condizioni emotive del soggetto; può infatti essere temporaneamente peggiorato da eventi stressanti, mentre si riduce in condizioni di tranquillità. Il tremore di solito interferisce poco con i movimenti volontari delle persona; ad esempio, come sopra indicato, il paziente può potare alle labbra un bicchiere colmo d’acqua e vuotarne il contenuto senza versare una goccia. L’altro sintomo importante è la rigidità, cioè un aumento del tono muscolare, a riposo e durante il movimento. Può essere presente al collo, al tronco, agli arti e si manifesta con una resistenza continua, omogeneamente distribuita e costante, al tentativo di mobilizzazione passiva. I muscoli si trovano in una condizione di tensione e irrigidimento, anche se il paziente sembra rilassato. La rigidità è più evidente nei grossi gruppi muscolari degli arti, ma è presente anche in quelli più piccoli, come la faccia, la laringe, la lingua. . Altro segno della rigidità diffusa è l’atteggiamento della postura detto; il malato è curvo, piegato su se stesso, con il tronco flesso in avanti, le braccia mantenute vicine e piegate, le ginocchia piegate in avanti. Un altro sintomo importante è la bradicinesia, caratterizzata da impaccio e rallentamento nell’esecuzione di gesti semplici come i movimenti di fine manualità delle dita o i passaggi da una posizione all’altra (seduto-in piedi). I movimenti sono lenti, meno ampi e rapidamente esauribili; la scrittura diventa piccola (micrografia) e la voce è monotona, lenta e dai toni bassi, a volte impercettibili.

In funzione del livello di gravità della malattia, i pazienti affetti dal morbo di Parkinson hanno costante bisogno di aiuto nella vita di tutti i giorni. In genere è un parente che vive insieme, per lo più il coniuge o i figli ad occuparsi di lui, mentre l’intervento di una badante è indicato e sollecitato da circa il 10% dei pazienti. Oltre il 70% dei malati, in un’intervista condotta per la ricerca promossa dal CENSIS – Fondazione SERONO che per l’occasione ha ricevuto una fondamentale collaborazione da parte della Federazione Nazionale Parkinson Italia, dichiara che questa malattia ha avuto un impatto molto negativo sulla loro vita sociale sentendosi soprattutto isolati. Oltre la metà dei pazienti intervistati dichiara di sentirsi completamente inutile : è un sentimento che si accentua con il minor grado di scolarizzazione. E poi percepisce che a causa della sua malattia il nucleo familiare si è disgregato. La progressione del morbo di Parkinson nella sua evoluzione incrementa le necessità di assistenza. Col crescere della sua gravità aumenta in modo considerevole la percentuale di chi ritiene utile il supporto di una badante o di una persona specializzata. In questa fase emerge anche il ruolo rilevante svolto dalle associazioni che si occupano di questi pazienti e che fornisce un contributo di notizie e informazioni provenienti dall’esperienza accumulata e accomunati dalla stessa condizione di aver dovuto o di dover a che fare con questa grave patologia.   M.S. A&V

” Il Parkinson mi ha rovinato,ma poi è diventato la mia nuova carriera “

 Michael J. Fox

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