Tag: Depressione

Prendersi cura di chi cura: il difficile ruolo del caregiver

La demenza non produce effetti solo sulla persona malata. Nella maggior parte dei casi ha un impatto importante anche sui membri della famiglia e gli amici che si prendono cura di loro. La maggior parte dei pazienti, specialmente nello stadio iniziale della malattia, possono essere assistiti a casa anziché ricorrere a case di riposo o altre strutture. Più della metà dei pazienti continua a vivere nella propria casa, e l’80-90% viene assistito da familiari e amici.
Molti studi e ricerche dimostrano che prendersi cura di una persona cara con Alzheimer o demenza spesso esige un grosso sforzo fisico e psicologico. La letteratura scientifica di riferimento mostra che i caregiver di soggetti malati di Alzheimer hanno un rischio maggiore rispetto alla popolazione generale di trovarsi con un alto livello di ormoni dello stress, l’immunità compromessa, e una maggiore incidenza di ipertensione e malattie coronariche.
Ma chi sono i caregivers?
Con questo termine si intende letteralmente,” colui che presta assistenza” e si suddividono in:

  • caregivers formali  cioè coloro che ricevono una retribuzione per l’assistenza (operatore dei servizi, assistenti familiari)
  • caregivers informali ovvero i familiari, vicini di casa, amici che dedicano il loro tempo al malato a titolo gratuito.

Sono proprio i familiari coloro i quali necessitano di maggior supporto e assistenza in quanto il percorso psicologico per accettare la malattia è simile a quello di chi vive una situazione di lutto (situazione di perdita e rinuncia). I sentimenti che spesso si scatenano sono:

  • la negazione: il rifiuto di credere vero ciò che sta accadendo può indurre alla ricerca di nuove diagnosi, alla ricerca del farmaco “risolutore”, al tentativo di convincere il malato a comportarsi “come prima”
  • l’iperattivismo: può condurre al tentativo di volersi sostituire in tutto al malato
  • la collera: è dovuta alla frustrazione per il consistente investimento di energie che non vanno a buon fine
  • la fuga: dovuta al tentativo di allontanarsi dalla fonte di ansia, al fine di preservare intatta l’immagine del malato che non si è in grado di modificare9384842-large

Le principali problematiche del caregiver riguardano la mancanza di conoscenze adeguate sulla malattia e di conseguenza le dinamiche evolutive della malattia. Questo  non permette una visione oggettiva della realtà e crea false aspettative (positive e negative). A questo si aggiungano le grosse difficoltà assistenziali che la malattia comporta. È importante saper rinunciare al ruolo di caregiver principale, quando non si è più in grado di sostenerlo. Possono crearsi dei grossi contrasti familiari, la responsabilità dell’assistenza spesso non è distribuita equamente all’interno della famiglia (stereotipi su chi dovrebbe aiutare).
Si creano difficoltà sociali e relazionali legate alle speranze e i progetti per il futuro che svaniscono man mano che ci si impegna nell’assistenza del malato oltre al grosso imbarazzo e vergogna che questi malati possono generare, provocando così l’isolamento sociale sia del soggetto sia del caregiver. Con il progredire della malattia, chi si prende cura del paziente finisce per allontanarsi dagli amici e dalle normali attività sociali. Anche le persone più devote non possono fare a meno di provare un senso di colpa per il rancore o la frustrazione che provano nel dover affrontare le modificazioni del comportamento causate dalla demenza. Infine le difficoltà emotive possono intaccare la fiducia del caregiver sull’importanza del proprio ruolo. La demenza inoltre comporta notevoli problemi finanziari per i caregiver.
Prendersi cura di un membro della famiglia con Alzheimer è particolarmente irto di difficoltà per chiunque abbia una predisposizione verso la depressione. Il tipo di assistenza che richiede il malato di Alzheimer lascia poco tempo ai caregiver per rilassarsi e fare le cose che controllano il loro stress. Alcuni studi hanno dimostrato che le persone che si occupano dei propri cari con Alzheimer passano più tempo in questo compito dei caregiver familiari di pazienti con altre malattie.
Non sempre è facile capire come agire ma ci sono alcuni accorgimenti su quello che il caregiver può fare:

  • Avere cura di se stesso per non esaurire le risorse emotive e fisiche nell’interesse del paziente (per lui il caregiver è la cosa più preziosa)
  • Non isolarsi (tanto più quanto più è grave la fase di malattia) per rendere più efficace il proprio atteggiamento nei confronti del paziente

La demenza è una malattia che non consente di fare i conti con la perdita una volta per tutte ma rinnova le ferite psicologiche del caregiver ogni volta che un nuovo deficit si aggiunge a quelli precedenti. È necessario economizzare le proprie risorse per spenderle a poco a poco nel tempo, anziché bruciarle tutte presto.
È  importante imparare ad affrontare nel modo migliore le varie situazioni che si possono presentare. Infatti, agendo in modo efficace sui disturbi del comportamento o dell’umore, si riuscirà a ridurre il sentimento di impotenza e di sconforto causato da una gestione della malattia poco adatta alle esigenze del paziente.  N.N.  A&V

 
[…] rispettare la persona umana menomata dalle nebbie tragiche dell’Alzheimer, inchiodata al letto o alla carrozzella, smarrita nelle sue facoltà fisiche o intellettuali, senza mai identificarla con la sua infermità che diviene anche «in-formità»: l’essere umano nella sua indegnità richiede rispetto nonostante la sua miseria fisica, psicologica, morale anzi, proprio in essa va riaffermata la perdurante dignità umana.
(E. Bianchi, La Stampa 27 maggio 2007)

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la religione e la famiglia

La religione è un punto focale per la vita di una persona anziana in  quanto rappresenta un ancoraggio spirituale per contrastare la depressione,  la stagnazione emotiva e la disperazione che  determinate condizioni e difficoltà possono  determinare.   “Mens sana in corpore sano” potrebbe essere  il motto per gli anziani che si prendono cura  non solo del loro corpo ma anche, e forse maggiormente, del proprio spirito;  infatti come afferma il neuropsichiatria Bigi “dalla religiosità si può trarre  un valido aiuto nel mantenere integro il senso della propria identità. La  religione come senso di appartenenza a un’entità’ spirituale può aiutare a  tollerare gli sbagli  o le rinunce della vita, l’attuale inutilità o solitudine, e  può mantenere la speranza”.

Questo argomento è stato oggetto di una relazione nel corso di un Congresso Nazionale della Società di Geriatria e Gerontologia SIGG dove sono stati ricordati due studi internazionali che documentano il positivo apporto della pratica religiosa nella salute degli anziani.  Il primo, pubblicato sull’International Journal of Geriatric Psychiatry, descrive come, su un campione di 114 soggetti,  la religiosità influisca positivamente sugli esiti della depressione negli anziani . Il secondo, effettuato in Giappone analizza come la pratica religiosa può mitigare l’effetto della morte di una persona cara. Attraverso il monitoraggio dell’ipertensione arteriosa di 1723 soggetti colpiti da un lutto familiare, si è dimostrato come una dimensione religiosa può essere di sostegno alla salute degli anziani in caso di avversità. Sono stati anche analizzati i rapporti familiari negli anziani; il ruolo dei rapporti fraterni può essere molto importante, infatti i fratelli anziani possono svolgere un reciproco supporto psicologico di rilievo a causa del simile background culturale, emotivo e di ricordi. Mantenere continuativi rapporti con fratelli e sorelle in tarda età può contribuire ad avere una vita emotiva più ricca e soddisfacente, per il maggior senso di continuità e di sicurezza. Può rappresentare il ritrovamento di una parte di sé e dei propri ricordi, ma anche quel senso di intimità affettiva o di segreta complicità che avevano caratterizzato il legame fraterno nell’infanzia, arricchendo la qualità della vita emotiva della persona anziana.

In altre parole dopo una certa età sono utili una palestra per il corpo e una  per lo spirito.    M.S A&V

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La depressione nella terza età

La depressione è una patologia dell’umore, tecnicamente un disturbo dell’umore caratterizzata da un insieme di sintomi cognitivi, comportamentali, somatici ed affettivi che, nel  loro insieme, sono in grado di diminuire in maniera da lieve a grave il tono dell’umore, compromettendo il “funzionamento” di una persona, nonché le sue abilità ad adattarsi alla vita sociale. La depressione non è quindi, come spesso ritenuto, un semplice abbassamento dell’umore, ma un insieme di sintomi più o meno complessi che alterano anche in maniera consistente il modo in cui una persona ragiona, pensa e raffigura se stessa, gli altri e il mondo esterno. Continua a leggere “La depressione nella terza età”

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