Tag: Qualità della vita

I rimpianti e la terza età Rimorsi o rimpianti?

Quante volte ci siamo chiesti: “ Ah se solo avessi fatto così?” Ebbene questa domanda si collega ai “rimpianti”, a tutte quelle cose che avremmo voluto fare se solo ne fossimo stati capaci, una scelta sbagliata, una decisione presa per far piacere a qualcun altro. In giovane età “rimuginare” su un’occasione perduta può essere utile soprattutto quando è possibile avere una seconda opportunità, ma quando si è anziani, il rimpianto può peggiorare lo stato emotivo. Secondo una ricerca apparsa sulla rivista “Science” (Published Online April 19 2012 Science 4 May 2012: Vol. 336 no. 6081 pp. 612-614 “Don’t Look Back in Anger! Responsiveness to Missed Chances in Successful and Nonsuccessful Aging”) viene evidenziato che lo stato di benessere e la qualità di vita sono legati, Continua a leggere I rimpianti e la terza età Rimorsi o rimpianti?

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I “Divorzi grigi” Le separazioni tra anziani

Mi è capitato di leggere questo racconto pubblicato sul “Resto del Mondo” all’inizio di febbraio:
“Un marito accompagna la propria moglie al supermercato, le dice di avviarsi mentre lui avrebbe cercato parcheggio, ma scompare nel nulla. La scena, di per se non così comune, diventa ancora più inusuale se i protagonisti della vicenda hanno entrambi superato gli 80 anni di età. È la moglie in lacrime a ricostruire quanto accaduto pochi giorni fa: “Mai e poi mai mi sarei aspettata che mio marito, dopo quarant’anni di matrimonio alla bell’età di 84 anni scappasse lasciandomi da sola, senza una spiegazione. Mi sono sentita davvero sola al mondo”. Questo l’amaro racconto di un’anziana signora che si è rivolta a Family Legal , associazione legale dedicata al diritto di famiglia”.
 
Si assiste sempre più ad un aumento dei divorzi tra chi ha i “capelli bianchi” e molti avvocati sono testimoni di questi tristi epiloghi di storie d’amore durate una vita intera e che sono concentrati soprattutto nella fascia di età compresa tra i 65 e gli 85 anni. I dati evidenziano un aumento di più del 35% rispetto a periodi precedenti. In Italia sembra che il Sud sia il più colpito rispetto al Nord, sovvertendo tutte le credenze. Confrontando i dati del 2014 con almeno quelli di dieci anni prima, vi è stato un aumento, tra gli over 65, di circa il 40% delle separazioni e di queste nel 45% dei casi la richiesta è stata presentata dalla donna. Nel Nord d’Italia e più precisamente a Milano, il 75% delle richieste parte dai mariti che nel più del 35% delle situazioni, lasciano la moglie per unirsi ad una donna più giovane e il più delle volte straniera che, in almeno la metà delle nuove unioni, la relazione finisce dopo circa cinque anni. Negli Stati Uniti il fenomeno è presente già da qualche anno.

Sicuramente l’aumento della vita e della qualità della vita stessa, i “farmaci che aiutano”, la pensione e la tranquillità economica, influiscono sulla scelta di cambiare così radicalmente vita e di tuffarsi in un nuovo amore soprattutto per gli uomini. Per le donne, passato lo stupore iniziale, viene poi vissuta come una liberazione, una nuova indipendenza per potersi dedicare a se stesse, senza dover più dipendere da un marito magari oppressivo, vivendo una vita più serena e tranquilla senza necessariamente ricercare un nuovo compagno.

Ma un divorzio o una separazione sono pur sempre un lutto, un fallimento che, specie nelle persone più anziane può creare dei malesseri seri a livello psicologico. «Quello del divorzio tardivo è un altro dei tanti problemi – spiega il professor Marco Trabucchi, già Presidente della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria e Presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria – che rende ancor più fragile la persona anziana. È necessario prepararsi ad un sostegno psicologico di queste coppie che sono molto di più di quanto dicano i numeri. Per ora lo studio del fenomeno si basa sulla registrazione ufficiale di separazioni e divorzi, ma in realtà sappiamo che le separazioni di fatto sono almeno il triplo. E bisogna prepararsi ad aiutare queste persone anziane anche in termini giuridici, con una regolamentazione più attuale soprattutto per il regime patrimoniale delle coppie».separazioni

«Ormai non si parla più di crisi del settimo anno, ma del quarantesimo» e sono sempre più coppie sulla soglia delle nozze d’oro, che hanno resistito a liti e difficoltà ma sono scoppiate con l’ingresso in casa di una colf o una badante. E’ il sogno di una seconda giovinezza che porta gli anziani a separarsi. La famiglia ormai sistemata, i figli già cresciuti e la voglia di dimostrare a se stessi di valere ancora, la terza età non è più l’età della rassegnazione, ma l’età del desiderio. Perché accontentarsi di un matrimonio fallito quando, sentendosi ancora giovani e con una buona aspettativa di vita, si può ritrovare nuovamente l’amore?
Il rovescio della medaglia è che una crisi di coppia, a qualunque età avvenga, è sempre di difficile gestione; la persona deve tornare a pensarsi ed a vivere come entità singola, deve gestire nuove abitudini e stile di vita. E se la crisi arriva in età matura la situazione può diventare ancora più complicata perché, seppure in buona salute, possono iniziare i primi problemi che generano instabilità. Per questo è importante riflettere bene sulla propria scelta e optare per lo scioglimento del matrimonio quando si è davvero convinti che non vi siano valide soluzioni alternative. E poi attenzione anche ai raggiri e alle truffe nascoste magari dietro un sorriso o dolci attenzioni. Si chiama circonvenzione e non è così difficile da verificarsi.     N. N. A&V

Per un po’ abbiamo riflettuto se fosse meglio fare una vacanza o divorziare. Abbiamo deciso che un viaggio alle Bermuda finisce in due settimane, ma un divorzio è qualcosa che ti resta per sempre.
(Woody Allen)

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I prodotti per l’Incontinenza

Gli accessori per l’incontinenza sono prodotti appositamente realizzati per aiutare le persone affette da problemi di controllo della vescica o dell’intestino e che manifestano quindi delle perdite sia di urina sia nei casi più complessi anche di feci. Infatti si parla di “incontinenza” o di “doppia incontinenza”. L’utilizzo di questi accessori possono dare alla persona interessata sicurezza e fiducia in sé stessa e migliorare la qualità della propria vita.

Potrebbero essere usati provvisoriamente nel corso di una terapia o come soluzione a lungo termine se l’incontinenza è irreversibile. L’uso continuo di accessori per l’incontinenza dovrebbe essere controllato a scadenze regolari per verificare che si usino i prodotti più idonei e che ve ne sia una reale necessità. Nella persona anziana l’uso, a volte indiscriminato, dei “pannoloni” può indurre ad una incontinenza anche quando questa risulta essere un falso problema. In alcuni casi gli anziani avvertono ancora autonomamente lo stimolo dell’andare in bagno ma, a volte, l’organizzazione del lavoro è tale da indurre il personale a posizionare comunque un presidio per l’incontinenza dicendo all’anziano che se dovesse sentire lo stimolo di non preoccuparsi perché tanto ha il pannolone e non è necessario andare in bagno. Questo tipo di atteggiamento, purtroppo ancora troppo frequente tra il personale sanitario o di assistenza al domicilio, può indurre uno stato di incontinenza che si può trasformare in una situazione irreversibile.

Di pannolini e indumenti assorbenti ce ne sono di svariate tipologie(a mutandina, con il sistema a rete, il classico pannolone, ecc) e sono molto utilizzati dalle persone con incontinenza. Consentono infatti di controllare il problema e di continuare a fare vita di società a coloro che non riescono ad ottenere la continenza con gli altri trattamenti. Nella scelta del tipo di prodotto assorbente da utilizzare si deve tener conto di:cascata

– abilità funzionale del paziente
– tipo di incontinenza e gravità
– disponibilità di assistenza
– eventuale fallimento di altre soluzioni
– preferenze del paziente
– integrità della cute
– eventuale presenza di comorbidità
– qualità e costo del prodotto.

I pannolini assorbenti sono di vari tipi e possono essere indossati con il normale slip o con l’apposito slip a rete. I polimeri assorbenti trasformano l’urina in gel e la bloccano negli strati più profondi del fluff assorbente. La superficie, generalmente di tessuto non tessuto, si mantiene asciutta e impedisce il contatto del bagnato con la cute, evitando così la macerazione o il rischio di irritazione dovuto al ristagno di urina. La scelta del tipo di presidio deve essere particolarmente oculato nel caso in cui il paziente sia allettato onde poter contribuire, con un prodotto di buona qualità, alla prevenzione delle ulcere da decubito. Questi prodotti sono concepiti in modo da assorbire l’urina e trattenere perdite fecali. Sono inoltre disponibili in varie taglie e misure con gradi diversi di assorbimento. La scelta varia in base alla struttura del soggetto ed al tipo di incontinenza. I pannoloni-mutandina consentono il massimo assorbimento, ma sono ingombranti e limitano il vestiario che si può indossare. Possono essere indicati per i pazienti allettati, ma non per chi si muove: dato l’estremo ingombro, la loro eliminazione (per evitare incidenti vanno sostituiti almeno 4 volte al giorno) è particolarmente complessa per esempio nei bagni pubblici.

Oltre ai pannoloni sono disponibili, come presidi per la gestione dell’incontinenza:

  • Cateteri esterni per uomo (uro condom) con sistemi di fissaggio e sacca per la raccolta delle orine anche da poter attaccare alla coscia con un minimo ingombro. Se ben tollerato, non essendo un sistema invasivo come il catetere vescicale può rappresentare un’ottima alternativa al pannolone;
  • Traverse assorbenti, lenzuola e cerate monouso da posizionare nel letto o sulle sedie. Sono disponibili tessuti protettivi, usa e getta o riutilizzabili, per letti e poltrone. Questi prodotti sono realizzati in modo tale che, se usati nel modo indicato, l’umidità viene assorbita negli strati del materiale non a contatto con la pelle. Possono essere usati per assorbire direttamente la perdita d’urina oppure per dare maggiore protezione se usati in abbinamento con altri accessori per l’incontinenza.
  • Dispositivi di raccolta e cateteri anche se il cateterismo vescicale, oltre a non rappresentare un presidio per prevenire l’incontinenza, deve essere utilizzato solo quando necessario e sotto stretto controllo medico, per le possibili infezioni che possono provocare. Da preferire sacche di raccolta a “circuito chiuso” che impediscono il ritorno di urina in vescica;

Per la corretta scelta e gestione del presidio vi consigliamo di rivolgervi al vostro specialista di fiducia. N .N A&V

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Dal curare al prendersi cura Un passaggio importante

Da alcuni anni, nella letteratura riguardante l’assistenza dei malati, ma anche in quella relativa al rapporto tra le persone, si parla dell’importanza di operare il passaggio dal curare al prendersi cura.
Ma a che cosa ci si riferisce quando si parla di curare e di prendersi cura?
La parola cura si riferisce alla rimozione della causa di un disturbo o di una malattia, attraverso tutti quegli interventi finalizzati alla risoluzione, laddove possibile, della malattia. Con questa accezione, la cura dà al paziente l’opportunità di ripristinare lo stesso stato di salute goduto prima dell’insorgere della malattia. La possibilità di curare in questo senso è garantita solo dalla medicina, cioè da quelle modalità terapeutiche efficaci che permettono all’operatore sanitario di curare da un punto di vista esclusivamente tecnico.
 L’espressione prendersi cura, invece, esprime il coinvolgimento personale dell’operatore sanitario con la persona che soffre, coinvolgimento che si esprime attraverso la compassione, ovvero “patire con” , la premura, l’incoraggiamento e il sostegno emotivo.
 Nella storia della assistenza sanitaria questi due concetti hanno conosciuto vari destini.
In questi ultimi tempi, si assiste all’emergere dell’esigenza di integrare i due aspetti dell’assistenza, il curare e il  prendersi cura. Nel concetto del prendersi cura sono quindi compresi sia la competenza professionale e la preparazione scientifica sia il coinvolgimento personale che porta a centrarci nella persona del malato,vuol dire porre il malato al centro del nostro agire.
Per raggiungere questo obiettivo occorre entrare in sintonia con il malato e i suoi famigliari con quell’atteggiamento che si chiama ascolto empatico al fine di raggiungere la salute.

La salute viene creata e vissuta dagli individui nella sfera della loro quotidianità, là dove si gioca, si impara, si lavora, si ama. La salute nasce dalla cura di se stessi e degli altri, dalla possibilità di prendere decisioni autonome e di poter controllare la propria condizione di vita, come pure dal fatto che la società in cui si vive consenta di creare le condizioni necessarie a garantire la salute a tutti i suoi cittadini, (Carta di Ottawa, 1986).

Nel rapporto di cura si prende in considerazione la malattia, disease, e anche il vissuto di malattia, illness, perché la malattia non colpisce il malato solo a livello biologico, ma è anche un’alterazione a livello psicologico, individuale, a livello sociale e del contesto in cui il soggetto vive.news36034
L’ operatore che decide di affiancare l’ utente in un percorso di realizzazione, deve fare molto di più rispetto il semplice sentire l’ altra persona che ci trasmette i suoi dubbi e le sue perplessità, ma deve avvalersi di un ascolto attivo (o counseling) intendendolo come la capacità di essere presenti rispetto all’ altra persona.
Molto spesso, nel processo curativo, ci indaffariamo per poter indirizzare le nostre energie nell’ aiutare le persone a “stare bene” e “sentirsi bene” riuscendo così ad aggiungere vita agli anni e non anni alla vita.
Stando accanto alla persona infatti garantiremo gli strumenti affinché si promuova un cambiamento autonomo ed auto diretto, per raggiungere un risultato profondo e stabile. In questo modo la persona assistita sarà arricchita da una risorsa in più, avrà fiducia nei propri mezzi e strumenti e diventerà supporto di se stessa.
Durante questo processo bisogna far riferimento e tener conto di diversi punti focali:

  • Relazione d’aiuto: La relazione di aiuto è un metodo di comunicazione professionale attraverso la quale una persona, non in grado di adattarsi ad una determinata situazione, deve essere assistita affinché si verifichi questa “rielaborazione personale”.
  • Ascolto della persona: La persona ammalata è ansiosa, preoccupata e terrorizzata, per questo ha bisogno di essere rassicurata e ciò può essere fatto solamente parlandone. Occorre spiegare con semplicità e con attinenza alla verità la sua condizione, dando spazio alle domande ansiose che non rappresentano un noioso fastidio ma, al contrario, un punto di partenza per lo sviluppo di un piano di assistenza personalizzato. Il tempo trascorso nell’ ascoltare non deve essere visto come una perdita di tempo perché costituisce una stima e una solidarietà dalle quali soprattutto l’utente ne trae vantaggio.
  • Motivazione della persona: La motivazione degli utenti ha un ruolo chiave nel determinare le numerosissime variazioni della vita quotidiana, che hanno come fine la sorveglianza e la prevenzione delle complicanze di una determinata malattia cronica. Accrescere la motivazione rappresenta la frontiera della cura e, per riuscirci, c’è bisogno di nuovi atteggiamenti e competenze da parte del personale sanitario.
  • Qualità della vita: La qualità della vita non è misurabile attraverso semplici parametri quantitativi, che concorrono a valutare un determinato performance status, ma si devono adottare sistemi che misurino la concezione del vivere soggettivo di una determinata persona, in relazione al suo adattamento all’ ambiente ed alla soddisfazione dei propri bisogni.
  • Educazione: Una delle sfide maggiori della medicina contemporanea consiste nel colmare il distacco presente fra i progressi della scienza, e la cura delle singole persone affette da malattie croniche.

Dal punto di vista operativo, la prima cosa da fare quando si insegna è porre degli obiettivi, concordando con l’allievo, in questo caso l’utente, ciò che vuole imparare. Tali obiettivi devono essere chiari, concreti, pertinenti, dettagliati e a portata dell’ utente, in quanto l’ apprendimento non mira a far sì che l’utente ricordi o sappia eseguire una determinata tecnica, ma vuole che egli faccia proprie le conoscenze acquisite per poter mutare il rapporto con la malattia.
Standogli accanto garantiremo gli strumenti necessari perché possa promuovere il cambiamento nella sua esistenza, tramite un percorso di apprendimento autonomo ed auto diretto.

Parlare di “curare avendo cura” sottende l’idea che si prenda in cura l’Uomo inteso come unità di corpo e anima, di mente e cuore perché io sono il mio corpo, cioè la mia progettualità nel mondo, il mio essere qui e ora, anche malato. La vera salute nasce dalla rappresentazione che abbiamo di noi stessi, come corpo e come mente.

Il Mito di Cura

Mentre Cura stava attraversando un certo fiume, vide del fango argilloso. Lo raccolse pensosa e cominciò a dargli forma. Ora, mentre stava riflettendo su ciò che aveva fatto, si avvicinò Giove. Cura gli chiese di dare lo spirito di vita a ciò che aveva fatto e Giove acconsentì volentieri. Ma quando Cura pretese di imporre il suo nome a ciò che aveva fatto, Giove glielo proibì e volle che fosse imposto il proprio nome. Mentre Cura e Giove disputavano sul nome, intervenne anche Terra, reclamando che a ciò che era stato fatto fosse imposto il proprio nome, perché essa, la Terra, gli aveva dato il proprio corpo. I disputanti elessero Saturno, il Tempo, a giudice, il quale comunicò ai contendenti la seguente decisione: “Tu, Giove, che hai dato lo spirito, al momento della morte riceverai lo spirito; tu, Terra, che hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma poiché fu Cura che per prima diede forma a questo essere, finché esso vive, lo custodisca la cura. Per quanto concerne la controversia sul nome, si chiami homo poiché è stato tratto da humus.   Il mito di cura, Higynus. Liber Fabularum. II sec. D.C.

“Una delle qualità essenziali del clinico è l ’interesse per l’umanità, poiché il segreto della cura al paziente 
è prendersi cura del paziente.”   Francis W. Peabody 1927

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Il Demente e la Sindrome del Tramonto o sindrome del sole calante

E’ conosciuta come sindrome del tramonto o sindrome del sole calante (sun down syndrome), si manifesta con reazioni improvvise e imprevedibili e colpisce le persone affette da demenza. Si stima che ne soffra infatti circa il 10% degli anziani e l’ 80% delle persone colpite dalla malattia di Alzheimer. In queste persone la scomparsa degli ultimi raggi di sole coincide con l’ alterarsi di attività cognitive come percezione e memoria. La sua manifestazione è abbastanza variegata e si presenta con la comparsa di uno stato confusionale, l’ incapacità di mantenere l’ attenzione, la disorganizzazione del pensiero e del discorso, inversioni dei ritmi di sonno e veglia, deliri ed allucinazioni. E’ una manifestazione che pare essere in continuo aumento ma non così nuova in quanto gli effetti del calar del sole furono già descritti da Ippocrate nella teoria degli “umori” e nei quattro elementi che possono influenzare la salute dell’uomo. Continua a leggere Il Demente e la Sindrome del Tramonto o sindrome del sole calante

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